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Beppe Severgnini a Vinci nel Cuore

Beppe Severgnini a Vinci nel Cuore

Con il suo ultimo libro “Neoitaliani. Un manifesto” (ed. Rizzoli) ha conversato con Elia Billero per l’anteprima de ‘Li omini boni’ 2020.

tempo di lettura: 1 minuto

Beppe Severgnini ha partecipato all’anteprima del premio ‘Li omini boni’ e ha risposto alle domande di Elia Billero, direttore di gonews.it, sul suo ultimo libro, Neoitaliani. Un manifesto, edito da Rizzoli.
In diretta sulla pagina Facebook di Vinci nel Cuore, Severgnini ha parlato dei suoi 50 motivi per essere italiani, di come abbiamo reagito ai mesi di lockdown e di come reagiremo a questo strano periodo.
Ma non si parla solo di pandemia: Severgnini aggiunge un tassello alla sua pluridecennale osservazione del popolo italiano dandoci una nuova spinta di orgoglio.

Quest’anno Vinci nel Cuore ha scelto di continuare la tradizione e di condividere i giorni del premio nel modo in cui adesso è possibile farlo: on line. Non potendo assegnare il premio di presenza, senza la possibilità di una manifestazione come la conosciamo noi di Vinci, abbiamo scelto di rimandare tutto al 2021, e tuttavia di mantenere i contatti con i premiati, in attesa di potersi vedere su un palco e davanti alla gente.


Vinci nel Cuore

I Cronisti hanno raccontato il coronavirus. La serata del 14° quaderno a Vinci

I Cronisti hanno raccontato il coronavirus. La serata del 14° quaderno a Vinci

Dopo avere scritto, i Cronisti hanno parlato a Vinci. Cronaca senza filtro di quanto hanno condiviso durante la serata con chi ha voluto essere presente.

tempo di lettura: 8 minuti

foto di copertina: Roberto Messina

Giovedì 30 luglio è stato presentato il 14° quaderno dell’Archivio di Vinci nel Cuore, “Il coronavirus raccontato dai Crinisti Toscani. Storie e opinioni dalla quarantena”.
Abbiamo raccolto gli interventi di coloro che sono stati invitati in piazza dei Guidi a Vinci, intervistati da Elia Billero, direttore di gonews.it.
Qui potete vedere anche i video proiettati durante la serata.

Sara Iallorenzi, vicesindaco di Vinci
Grazie per aver pensato a questa serata e per dare parola a uno dei più brutti periodi dal dopoguerra, nonché per aver portato in piazza qualcosa che riguarda la vita di tutti.
Quelli passati sono stati mesi difficili ed è bene sottolineare che non siamo fuori dal periodo di emergenza.
Noi amministratori abbiamo combattuto in maniera inaspettata contro un nemico invisibile, che è ancora tra noi. È per questo che dobbiamo attenenrci alla sicurezza perché sicurezza significa salute dei cittadini.
Di questo periodo mi porto appresso l’immagine dei camion di Bergamo con le bare e la preghiera del Papa in una piazza S. Pietro completamente deserta.
Poi abbiamo avuto a che fare con la chiusura delle scuole, che è un evento che non si è mai verificato mai verificato se non in guerra.
È chiaro che per gli amministratori è stato uno sconvolgimento. Sono convinta che abbiamo fatto il meglio che potevamo fare, anche perché non avevamo precedenti con cui confrontarci.


Mauro Banchini
Per il mondo dell’informazione è cambiato molto e credo che i social siano il più grande nemico di questo mondo. È cambiato molto perché molti hanno la tentazione di sapersi informare prescindendo dal lavoro del giornalista.
Per fortuna c’è stato un cambiamento positivo, perché molti si sono resi conto che l’informazione di qualità era ed è stata fondamentale, proprio come l’ossigeno.
Tuttavia, rimane la presunzione falsa di esserne usciti.
Cosa può ridare fiducia ai lettori nel mondo dell’informazione? Credo l’esaltazione della dimensione della cittadinanza attiva. Da sempre teorizzo una sorta di santa alleanza fra giornalisti e cittadini con l’auspicio che i cittadini abbiano una maggiore consapevolezza dell’informazione di qualità e i giornalisti che hanno voglia di fare giornalismo di qualità, nonostante tutto. Questo affinché al al cittadino arrivi un’informazione libera e plurale.

Durante la quarantena sono fortunato perché abito in aperta campagna e così ho avuto la possibilità di poter fare attività motoria perché accanto a casa avevo spazio libero per poter camminare.
Nel mio blog poi ho scritto tanto e ho tre parole a cui mi sono ispirato particolarmante: “letto”, “scoiattolo” e “montagna”.
“Letto” perché nel 2019 sono ho subito un’operazione importante al cuore e quindi ho avuto la ventura di essere ricoverato in terapia intensiva. Ricordo la mia sofferenza durante questo periodo e da lì ho tratto una conclusione: è importante pagare le tasse. Solo così abbiamo tutti la possibilità di essere curati dal nostro sistema sanitario.
“Scoiattolo” perché nelle mie camminate nelle campagne di Poggio a Caiano ero da solo e mi capitava di vedere una cosa che non avevo mai visto: uno scoiattolo che stava lì senza paura, perché lì non passava più una macchina. Questo significa che abbiamo avuto l’occasione di avere un’aria pulita.
Infine “montagna”. Non possiamo più permetterci che un’intera zona, quella appeninica – che va dalla Liguria alla Calabria – sia relegata in condizioni di desertificazione. Dobbiamo recuperare la vivibilità nelle zone interne e a questo proposito il lavoro da casa ce lo permette.
È per questo che ritengo sia fondamentale pagare tasse, rispettare l’ambiente che ci circonda e abitare il territorio in modo diverso.


Viola Centi
Ho passato la quarantena nel mio paesino, nel piccolo del mio appartamento, e non potendo andare dalla mia famiglia mi sono inventata il “mamma post it”, i bigliettini con le parole che mi avrebbe detto mamma: “pulisci!”, “lavora, sei fortunata” oppure “cucinati qualcosa e non mangiare panini!”
Per il quaderno ho scritto una realtà che può sembrare una visione apocalittica di come l’ho vissuta. Tuttavia mi ero ripromessa di non scrivere niente di questa quarantena, ma poi è nato “Diari di Montelupo” e sono stata coinvolta, per cui ho scritto. Quindi mi è stato chiesto di scrivere per questo quaderno e ho pensato a questi 50 metri, che è la distanza che c’è da casa mia al tabaccaio, per cui uscivo solo per andare a prendere le sigarette.
Per quanto tiguarda noi, credo che siamo migliorati come persone: lo dico perché vedo che in giro c’è tanta rabbia e sono convinta che ci sia da recuperare tanto a livello di convivenza di civile. Vedo molta cattiveria che spinge la gente ad attaccarsi, quasi gratuitamente.


Mauro Lubrani
Penso che faccia bene parlare di questo argomento.
Ho raccontato questo periodo tramite le persone che facevano una vita sempre in viaggio per lavoro e che invece sono state costrette a rimanere in casa per la quarantena. Quindi sono partito da un fotografo famoso che lavora per la Rai e mi è venuta l’idea di intervistare le persone con le dirette Facebook e sentire le loro esperienzae a riguardo. Tutto ha avuto consensi e un buon riscontro.
Ho anche un blog che ho ispirato alle parole della domenica al tempo del coronavirus, cercando le parole che rappresentavano il momento in maniera qualitativa.

Molte persone hanno scelto l’informazione di qualità e non quella emotiva dei social. Ho letto tante storie di persone che hanno vissuto questa tragedia, raccontata attraverso le esperienze di tanti di coloro che hanno vissuto questa storia nel bene e nel male.
Credo che i giornalisti siano usciti dalla loro routine e in questo caso è venuto fuori a volte il meglio delle persone che hanno fatto il loro lavoro.
Inoltre mi ha fatto piacere l’appuntamento delle parole di Papa Francesco delle sue cerimonie da Santa Marta: i suoi messaggi per farci riflettere su questo momento hanno aiutato quanti sono stati in difficoltà.


Moira Falai
Sono una persona molto ligia al dovere e non mi è pesato più di tanto rispettare le regole imposte durante la quarantena. Tuttavia ho notato delle contraddizioni rispetto a quanto la gente ha percepito, perché era difficile giostrarsi tra le tante regole. E no: non credo che siamo migliorati.

All’inizio della quarantena aspettavo ogni telegiornale per capire le cose, poi ho quasi avuto il rigetto e quella che è stata definita come la cosiddetta infodemia. Ognuno poi si è sentito in diritto di fare notizia, ma per questo ci sono i giornalisti, che sono capaci di mediare i fatti e portarli al lettore finale. Credo che la figura del giornalista sia stata oltraggiata, e a mio modo di vedere gli è stato mancato di rispetto.
Penso che se la Fase 1 sia stata gestita bene, meno invece sia stato fatto con la Fase 2: temo infatti un’esplosione dal punto di vista sociale.


Sara Bessi
Fino al 17 marzo ho lavorato in redazione a Prato. Per La Nazione seguo la sanità e quindi ogni giorno sono stata sul pezzo. Il mio lavoro in smart working è stato molto impegnativo, essendo una di quelle persone a cui piace andare sul posto; tuttavia, nel momento in cui c’era da rimanere a casa l’ho fatto, continuando a lavorare da lì. E quello che ho percepito è stata molta tensione: mi sono trovata a lavorare fino a dodici ore al giorno in attesa delle famose ore 18, in attesa di numeri che non coincidevano mai. Per noi volevamo dare l’informazione giusta senza creare panico.
Sono contenta che i media tradizionali siano tornati alla ribalta, sebbene ci sia stato un ingolfamento della notizia.

Per il quaderno ho buttato giù questi pensieri – solitudine, distanza – per alleggerire il cuore, collocandoli in quello che chiamo “il vialetto degli incroci delle anime”, un po’ come un Decameron, per cui vi ho riposto i miei pensieri. Tutto ciò mi ha aiutato a rilassarmi.

Una bussola per me è stato l’esempio di Papa Francesco, e facendo parte dell’Ucsi – sono presidente della sezione toscana – ho fatto mio il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni esposto nel tema di quest’anno: “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria. La vita si fa storia”. Queste parole mi sono servite molto per potermi orientare in questa cronaca che ritengo epocale e storica. Credo che sia stato importante mantenere l’umanità per raccontare questa faccenda.


Giuseppe Torchia, sindaco di Vinci
Con la ripartenza sono molto preoccupato delle conseguenze di carattere economico e sociale, soprattutto per il rischio che possano accentuarsi nei prossimi mesi. Stiamo cercando di risolvere i tanti problemi che ci sono, ma le amministrazioni comunali navigano a vista, perché non abbiamo né risorse, né strumenti a disposizione.
Abbiamo attraversato mesi difficili per cui la presenza delle istituzioni è stato un ammortizzatore importante per aiutare chi è stato in difficoltà, e in parte ci siamo riusciti.
Le notizie relative alle vicende della Colorobbia e della Vibac sono due notizie buone, sebbene quella della Vibac sia stata molto più difficile rispetto a Colorobbia. Alla Vibac la situazione era complicata, perché all’inizio non c’era modo di parlare con l’azienda, intenzionata ad andar via. Poi siamo riusciti a ridimensionare le loro intenzioni, a portarla a un tavolo a ragionare e oggi è probabile che 80 lavoratori possano essere reintegrati in azienda. È un risultato positivo per i lavoratori, e per Vinci, che mantiene sul territorio quest’azienda.

Sono particolarmente legato al premio “Li omini boni” perché siamo cresciuti insieme e la manifestazione ogni anno è cresciuta, arrivando a essere uno dei premi sulla comunicazione più importanti del territorio e forse ha anche una rilevanza regionale, tant’è che il livello è stato confermato dall’annuncio della presenza del presidente del Parlamento europeo. Poi è andata come è andata, ma il target del premio è questo. Mi fa piacere che il premio sia nato a Vinci e che ci sia collaborazione fra l’amministrazione comunale e l’organizzazione.


Mons. Renato Bellini
Mi permetto di aggiungere qualcosa a quanto detto durante la serata: è stato accennato agli interventi quotidiani del Papa e c’è un risvolto religioso in senso istituzionale che merita riflessioni che non mi lasciano tranquillo. Dal punto di vista spirituale, ho visto un aumento delle relazioni interpersonali all’interno delle famiglie, “costrette” a stare insieme durante la quarantena.
abbiamo fatto le messe in streaming e con questo ha contribuito la dimensione spirituale.
Purtroppo ho notato una visione negativa dei giornalisti rispetto alla questione sociale, ma sono convinto che bisogna appellarsi all’ottimismo della volontà.


Christian Santini

Pensieri sulla pandemia

Pensieri sulla pandemia

Rimane il pensiero che all’improvviso la nostra vita può essere sconvolta da qualcosa di inimmaginabile e che bisogna apprezzare anche le cose più semplici.

Tutto è successo all’improvviso. Sembrava un problema lontano, limitato solo alla Cina. Poi, quella che veniva descritta come una sorta di “leggera influenza” è arrivata anche in Italia. Ci sono stati i primi contagi e i primi morti, poi le zone rosse e, infine, la chiusura di tutta l’Italia.
Guardavo indietro e pensavo che solo pochi giorni prima, il 6 marzo, insieme ad altri membri di una commissione, avevo incontrato diversi studenti delle scuole superiori pistoiesi per i colloqui per un prestigioso premio. Ci avevano raccomandato di mantenere le distanze di sicurezza, ma quella sembrava l’unica precauzione da tenere.
Il film dei ricordi si riavvolge. Nei giorni precedenti a quel venerdì, ero stato in campagna per seguire la potatura degli olivi, niente faceva pensare che poi, per circa due mesi, non vi avrei più rimesso piede, perché le disposizioni del Governo non mi permettevano di spostarmi da un comune all’altro. Non ho potuto nemmeno assistere all’atteso ritorno delle rondini, che ogni anno arrivano puntuali nei primi giorni di marzo e cominciano a svolazzare festose a caccia di insetti. Le attendo sempre con un po’ di trepidazione perché temo che possano cambiare destinazione.
E ancora, sempre guardando indietro, il 24 febbraio avevo partecipato a una conferenza di un’associazione. Eravamo una sessantina di persone in una sala, tutte molto vicine. Ho saputo dopo che un medico, poi impegnato in un reparto Covid, aveva sconsigliato quell’incontro, che invece si era regolarmente svolto. Tra l’altro, uno dei presenti era tornato recentemente dalla Corea del Sud.
Nel tempo “sospeso”, dove ho avuto modo di riflettere a lungo, ho pensato che sono e siamo stati fortunati. Solo qualche giorno prima, un gruppo di una quarantina di amici si era ritrovato, come ogni anno, in un ristorante della Lucchesia: dieci di loro sono rimasti contagiati e uno ha perso la vita.

Insomma il coronavirus era davvero arrivato tra noi, che dovevamo rimanere chiusi in casa e uscire solo “per motivi di necessità” accompagnati da tanto di autocertificazione e documento. Ho scelto di uscire solo due volte al giorno per fare una passeggiata con il cane: Poldo, questo il suo nome, non avrebbe mai potuto capire perché era costretto a cambiare radicalmente le sue abitudini. Anzi era felice di condividere tante ore in più con me e mia moglie.
Intanto, le condizioni meteo sembravano voler infierire sulla nostra condizione di reclusi: mai visti prima un marzo e un aprile con giornate di pieno sole. Quando siamo tornati più liberi, il cielo è cambiato… naturalmente in peggio.
Ho imparato a gestire meglio il maggior tempo a disposizione cercando di viverlo in un modo più lento, quasi sorseggiandolo piano piano come fosse una specie di dono. Ho scoperto che c’erano tante cose rimaste in sospeso, che avrei voluto fare ma che rimandavo continuamente. Ho iniziato a mettere in ordine il mio archivio: quante carte e ritagli di articoli messi da parte alla rinfusa per anni! E poi quelle centinaia di foto relegate in un cassetto: ho cominciato a sistemarle e, sfogliandole, talvolta le ho ricollegate a ricordi di persone e di vicende lontane che avevo vissuto nei tanti anni trascorsi nella redazione di un giornale.
Non sono mancate le occasioni di impegno grazie alle nuove tecnologie. Ad esempio, i colloqui del concorso dedicato ai migliori studenti maturandi delle scuole della provincia di Pistoia – sospesi con gli incontri di persona da quel 6 marzo – sono proseguiti con Zoom, una piattaforma ormai diventata conosciutissima, e anche la cerimonia finale di premiazione, quest’anno ristretta solo ai dirigenti scolastici, è avvenuta con lo stesso sistema. Così ho potuto partecipare comodamente da casa a molte altre riunioni.
Inoltre, è diventato per me familiare l’appuntamento bisettimanale con la diretta Facebook dello scrittore e giornalista Mario Calabresi (ex-direttore de La Stampa e di Repubblica), che, grazie ai collegamenti con altri giornalisti impegnati in varie parti del mondo, ci faceva avere una documentata situazione del contagio in vari Paesi. E ogni volta chiudeva l’appuntamento con Maurizio Blatto, definito “uno spacciatore di vinili”, in realtà non solo titolare di un noto negozio a Torino, ma un coinvolgente critico musicale capace di rasserenare l’appuntamento con una canzone “speciale”.

Il tempo “sospeso” consentiva buone letture. Ho tolto dalla biblioteca alcuni libri comprati ma rimasti da leggere e ho scoperto che due di questi autori sono tra i finalisti del prossimo premio Strega. Ho letto tanto altro – il tempo c’era – cercando notizie rassicuranti nei giornali o nei social, ma spesso non facevano altro che aumentare timori e paure al pari dell’appuntamento delle 18 con i drammatici dati forniti dalla Protezione civile o le immagini delle tante bare portate via sui camion militari. Era inevitabile pensare a tutte quelle persone che se ne andavano senza ricevere l’ultimo abbraccio dei propri cari. Un’immensa tristezza.
Così, ho deciso di dare vita ad una newsletter – non a caso intitolata “Le parole della domenica al tempo del virus” – che, una volta alla settimana, raccoglie (continua ancora oggi anche se il virus sembra affievolito) pensieri presi un po’ qua e là sui giornali e nei social che facciano riflettere su questa nostra nuova condizione di persone alle prese con il Covid-19. L’intento è di trovare parole che diano messaggi di fiducia e di speranza.
Poi, non contento, ho aggiunto una diretta Facebook – sempre settimanale – chiamata il “Salotto del sabato”, dove vari personaggi, che avevano fatto della libertà di viaggiare una loro ragione di vita e di lavoro, hanno raccontato come sono stati costretti a cambiare le abitudini a causa del lockdown. Il “salotto” ha ospitato un fotografo famoso per i suoi viaggi di esploratore in luoghi bellissimi e lontani, un’artista impegnata in progetti a favore della pace e contro le violenze sulle donne, un sindaco alle prese con una città in piena crisi economica per il Covid, tre esperti di turismo, settore messo in ginocchio dal virus, e, infine, un primario di un reparto di rianimazione che ha raccontato i tre mesi più difficili della sua lunga carriera professionale.
«A gestire le sofferenze – ha detto il dottor Leandro Barontini dell’ospedale S. Jacopo di Pistoia – e a comunicare i decessi o improvvise perdite non ci si abitua mai, anche dopo 30 anni di lavoro in una rianimazione. Nessuno di noi era preparato ad affrontare una battaglia come quella contro il coronavirus. Siamo stati chiamati eroi, ma in realtà portavamo a casa i segni del vostro e del nostro dolore sul viso e nel cuore».

Ora che la tempesta sembra superata, almeno con la violenza e la tragicità dei primi tempi, cosa ha lasciato in me? Rimane il pensiero che all’improvviso la nostra vita può essere sconvolta da qualcosa di inimmaginabile e che bisogna saper apprezzare anche le cose più semplici che talvolta possono apparire scontate. Ma soprattutto penso di fare tesoro di alcuni consigli che ci hanno dato per evitare che ci possa essere una nuova emergenza. Ritengo che quello che facciamo per prudenza non vale solo per la nostra sicurezza, ma serve alla salute di tutti.

Mauro Lubrani
Premio speciale ‘Vinci nel Cuore’ per la comunicazione 2017
16 giugno 2020

Leggi tutta la serie de “Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani”

La Cronaca come flusso costante della storia

La Cronaca come flusso costante della storia

Nicola Baronti, presidente di Vinci nel Cuore, presenta la serie ‘Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani’.

A costo di apparire banale devo rivolgere un iniziale sincero ringraziamento ai Cronisti Toscani del premio vinciano intitolato al concittadino Leonardo Berni per il loro contributo a questa raccolta che consegniamo idealmente ai prossimi vincitori e, perché no, ai posteri vinciani.
Un grazie anche a Christian Santini che l’ha ideata e curata con grande passione e dedizione, secondo le finalità dello statuto del premio giornalistico vinciano che, con varie manifestazioni, ormai dura tutto l’anno, non soltanto nel momento conclusivo novembrino.

La nostra associazione è nata nel 2011 con l’intento di creare un archivio della gente. Nella ricerca e nella raccolta è stata fondamentale la cronaca per ricostruire gli eventi e le storie del paese spesso smarrite da una memoria distratta, anche dai nuovi, forse più intuitivi e altrettanti effimeri, mezzi di comunicazione. Con l’avvento d’internet, un enorme serbatoio d’informazioni, tutti noi ci siamo imbattuti in una molteplicità di post, commenti, didascalie a vecchie foto, di vario genere e contenuto, magari lanciati da giornalisti d’occasione, inconsapevoli incendiari di notizie e ricordi per la soddisfazione dell’approvazione (del like) dell’amico di turno. In questo gioco mediatico si rischia, anche inconsapevolmente, di cadere nel tremendo inganno di perdere il senso, o meglio, la direzione della storia. Lontani dalla celebre condanna di Benedetto Croce per cui la cronaca sarebbe una sorta di “cadavere” della storia, nella sua mera enunciazione di fatti, eventi e date sulle quali soltanto lo storiografo può dare e fare luce, la nostra appartenenza a una piccola comunità ci ha permesso di optare incondizionatamente per La Cronaca come flusso costante della storia. Per quel “giornalismo come scienza della quotidianità e del contingente” come l’ha definito Sergio Lepri, ultracentenario giornalista toscano (che peraltro, facendo la cronaca delle celebrazioni leonardiane del 1952 ha dedicato pagine bellissime alla gente di Vinci).
Ci ha spinto soprattutto la convinzione che l’evento, in qualsiasi epoca, debba essere letto e interpretato contestualizzandolo nel tempo, nel luogo, nella comunità di riferimento. Non è un meteorite occasionale, ma fa parte sempre di una costellazione di personaggi e di fatti. Dietro al semplice documento o alla pagina di cronaca del quotidiano si nascondono inevitabilmente le storie di tante persone, per lo più sconosciute e tali forse rimarranno, in grado tuttavia di colorare e dare un contorno alle mille sfaccettature e diverse sensibilità dell’umana quotidianità. Storie per la penna (o il tasto) del cronista in grado con la sua sintesi di condurle nella direzione di una storia più concreta e coerente anche rispetto al futuro passaggio dei tempi.
Mi piace così pensare a coloro che fra qualche anno leggeranno e si confronteranno con la narrazione di questa pandemia che improvvisamente si è abbattuta sul pianeta Terra, fino a raggiungere i nostri affetti più vicini. Un vero evento anomico che ha interrotto il corso ordinario dei giorni imponendo nuove forme e modi di narrazione, anche in ragione degli odierni mezzi di comunicazione. Lo dimostrano gli interventi di questo piccolo Quaderno: non sono un’astratta cronistoria, bensì un racconto filtrato attraverso le personali conoscenze e la sensibilità del cronista, compresa la preoccupazione per una professione che dinanzi al cambiamento e all’innovazione degli strumenti di comunicazione richiede nuove regole. Sono approfondimenti che coinvolgono sia il soggetto della narrazione sia l’autore, il giornalista. Mai come in questa tragica occasione i margini temporali tra la cronaca e la storia si sono ridotti così.

Ricordo infine che l’Amministrazione Comunale di Vinci patrocina la manifestazione dedicata al Cronista Toscano. Nel corso delle edizioni si sono affiancati, per vari aspetti logistici, la Pro Loco Vinci e l’Associazione Culturale Orizzonti. La Parrocchia di Santa Croce ci ospita fin dalla costituzione. Alle istituzioni e associazioni della Città di Vinci, ai soci e agli amici che in questi mesi di lockdown hanno partecipato alle numerose attività sociali e artistiche on-line dell’Associazione rivolgo il saluto e l’invito a riflettere su di un fondamentale dato di cronaca locale, esperienza di questi giorni: lavorando “insieme” su condivisi obiettivi si superano anche le avversità e si annullano le distanze.

Nicola Baronti
presidente di Vinci nel Cuore

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L’ossigeno dell’informazione

L’ossigeno dell’informazione

Mauro Banchini, presidente della commissione dei premi ‘Li omini boni’ e ‘L. Berni’, presenta la serie ‘Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani’.

Non è un caso che papa Francesco, nel Rosario di fine maggio recitato davanti alla grotta di Lourdes riprodotta nei Giardini Vaticani e in collegamento con i più noti santuari mariani nel mondo, abbia voluto che fra i lettori ci fosse anche una giornalista: per la precisione Vania De Luca, vaticanista di RaiNews24 nonché presidente della associazione italiana che riunisce tanti giornalisti cattolici.
È stato un bel segnale. Per sottolineare il ruolo svolto, nel trimestre di pandemia, anche dai giornalisti. A leggere le poste del Rosario sono state infatti chiamate rappresentanze di medici e infermieri, uomini e donne di altre categorie professionali, famiglie che hanno avuto morti da coronavirus e ammalati che dal coronavirus sono guariti, sacerdoti e religiosi/e che hanno svolto la loro missione in un periodo così difficile. E, appunto, giornalisti: professionisti di una informazione che in un periodo così drammatico ha confermato il suo essenziale ruolo di servizio pubblico.

Mai un giorno l’informazione giornalistica è stata sospesa. Bene o male (questo è davvero un altro discorso), con punti di vista assai diversi (anche questo è fondamentale, il pluralismo delle fonti è ossatura irrinunciabile in una democrazia) i giornalisti hanno continuato il loro lavoro: nell’emittenza radiotelevisiva, nella carta stampata, sul web.
Un lavoro ancora più necessario se solo si pensa alle ondata di fake che si sono abbattute, in rete e non solo, su ciascuno di noi. Fake spesso “innocenti” perché fin troppo scopertamente ridicole, ma altrettanto spesso pericolosissime perché sapientemente provocate e utilizzate in modi anche oscuri e con finalità anche ignote. Su tale scenario di emergenza sanitaria, che non esclude autentiche “guerre” internazionali di manipolazione mediatica, si conferma il valore di una mediazione giornalistica basata sulla qualità.

I giornalisti – quelli famosi e ben pagati (tutto sommato poche centinaia) ma anche quelli oscuri e molto spesso malpagati, sfruttati, privi di contratti e garanzie (la grande maggioranza, oggi) lo sanno bene: sanno bene come importante sia il loro lavoro, i loro racconti, i loro commenti.
Fra i tanti che a Covid-19 non si sono arresi, neppure quando sarebbe stato comprensibile farlo, ci sono anche quelli che Covid-19 lo hanno raccontato in prima linea. Con il premio giornalistico “Gli omini boni desiderano conoscere” (quanto è importante questo assunto, specie in tempi di grande emergenza!) e con il premio “Leonardo Berni” al cronista toscano, si intende proprio favorire la riflessione sul valore, costituzionalmente protetto, dell’informazione e della libertà di pensiero.
Troppo spesso, in Italia e altrove, non ce ne rendiamo conto: pensiamo sia scontato, come l’ossigeno. Ma scontato non è. È allora, come quando manca l’ossigeno, che si può rischiare. Perfino la morte.

Mauro Banchini
presidente della commissione del premio giornalistico ‘Li omini boni desiderano sapere’ per la comunicazione e ‘Leonardo Berni’ per il Cronista Toscano

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Incroci di anime

Incroci di anime

Sara Bessi narra la “sua” quarantena attraverso tre racconti, uno per ogni mese toccato duramente dall’emergenza coronavirus.

Un pensiero per ogni mese dell’emergenza coronavirus.
Per me scrivere è stata una forma di evasione dal susseguirsi di giornate intense di lavoro, che hanno richiesto una professionalità unita sempre alla umanità, una voce schietta e misurata senza cedere ad allarmismi fuorvianti oppure a minimizzazioni urlate altrettanto rischiose. Un piccolo rifugio alla Decameron da una cronaca spesso impietosa di vite spezzate, vite stravolte da un evento di portata epocale.
Abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo ogni giorno per raccontare al meglio le cronache delle nostre città. Un cuore spesso appesantito da quei numeri giornalieri che parlavano di uomini e donne portati via con le loro storie, le loro esistenze, i loro affetti, senza neppure la consolazione di avere vicini i propri cari. Ci siamo appellati con più forza alle regole di un mestiere per evitare di cadere nelle logiche dello storytelling, tenendo presente il senso di responsabilità verso chi ci legge. E mai come in questo anno, il messaggio di papa Francesco in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali è potuto essere bussola per muoversi nel nostro lavoro: “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria (Esodo 10,2). La vita si fa storia“. Parole che nei mesi della pandemia sono risultate utili per muoversi in una narrazione dell’Uomo, colto nella sua estrema fragilità, per raccontare la vita che si fa storia.

12 marzo 2020
Il vialetto degli incroci di anime è avvolto in un silenzio surreale, che amplifica ancora di più i pensieri. Fa da tasto rewind nella memoria e fa emergere con forza volti, sentimenti e valori che diventano àncore in un momento di fragilità mai vissuta prima, ma solo intuita in tanti racconti. No, non è come gli anni dell’Austerity, quando per il risparmio energetico le macchine non potevano circolare di domenica. La sospensione dei rumori, della vita cittadina che scorre, oggi ha un sapore diverso. Le domeniche di quei primi anni Settanta, per chi era ancora piccolo, erano gioia, divertimento. Il nastro di asfalto non aveva limiti: diventava una prateria dove scorrazzare senza timori di essere investiti. Un’Austerity che fece togliere a tanti di noi le ruotine ed imparare finalmente a pedalare sulle biciclette senza paura di cadere a terra. Domeniche che sapevano di libertà per chi non aveva l’età per capire quale fosse il reale problema al di là di quelle strade vuote. Il rumore dei pattini a rotelle, le ruote consumate dall’asfalto sconnesso, i ruzzoloni a terra, le risate. Oggi non è così. Il nastro del vialetto si riavvolge ancora più indietro sulla linea del tempo. Fermata: Kiev, anno XXI dell’era fascista. Le lettere del nonno da quel campo di battaglia: il freddo, la mancanza di cibo, il poco dormire. La guerra, il nemico e la solidarietà di quel popolo pronto a dividere e condividere il poco cibo che aveva con i militari italiani. Solidarietà, umanità, vicinanza. Le uniche notizie erano appese ad una lettera che dopo essere passata dalle mani della censura, poteva finalmente giungere in quelle della mia nonna. Muoviamoci al tempo del Coronavirus riappropriandoci dei valori di allora con i mezzi di oggi, che ci fanno essere connessi in men che non si dica con l’altra parte del mondo. E per un po’ rientriamo in noi stessi: affacciati alla finestra custodiamoci con l’occhio che va oltre la siepe e attendiamo che il vialetto si ripopoli sotto i tiepidi raggi di un sole primaverile. Si spera.

3 aprile 2020
Del vialetto di incroci di anime non si vede né l’inizio né la fine. Lo sguardo abbraccia il tratto che si estende fra i due punti spaziali. Nei giorni della quarantena forzata, lo spazio si trasforma in tempo: l’inizio e la fine del percorso pedonale ora sono come il prima e il dopo. E in quella grigia striscia d’asfalto ingentilita da una aiuola verde punteggiata da alberelli dalle rare fronde c’è il durante. È il qui e ora fatto di assenze, di pieni e di vuoti, di attese, di speranze e di delusioni. Nel durante cadono le impalcature delle finzioni e le luci a energia solare di notte fanno una luce calda che attutisce il dolore per le scoperte spiacevoli, che costringono ad aprire gli occhi e prendere atto di avere ragione. Nel durante si scoprono con meraviglia il semplice ‘ciao come stai’ da chi mai avresti pensato o con tristezza il trasformismo di chi da tanto si professa vicino. Il durante è uno specchio in cui cercare riflessi coloro che sono a fianco nel cammino e vogliono attraversare insieme questa spera per raggiungere il dopo e proseguire rafforzati. Ci sono immagini a tinte forti e decise, ci sono quelle a tinte sbiadite per paura di essere troppo coinvolte nella vita dell’altro e di sentire. Sentire, non con l’udito, ma con il cuore che ha ritmi fatti di tenerezza, piccole attenzioni e cura dell’altro. I care ancora di più.

7 maggio 2020, 3.19 di notte
La Luna ha bussato alla finestra e mi ha costretta ad alzarmi da letto per vedere riflessa sul pavimento la mia ombra. Sul vialetto di incroci di anime si vede come fosse giorno: solo il gracidare di rane poco distante e proiettate le figure di coloro che agiscono nel buio nelle varie circostanze della vita. Ma sono effimere e svaniscono mentre la Terra continua il suo giro e la Luna completa la sua orbita. L’epidemia e la Luna rendono più crudi il silenzio, la solitudine e la distanza.

Sara Bessi, giornalista de La Nazione
Cronista Toscana 2014
2 giugno 2020

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