Il giornalismo ritrovato e migliore

Una cosa, questo difficile periodo ce l’ha insegnata: la gente ha voglia di informazione di qualità, di leggere cose di cui sa di potersi fidare.

Grosseto. La solitudine del lockdown e i quadri di Edward Hopper, pittore realista newyorkese vissuto fra il XIX e XX secolo, le aziende toscane del vino alle prese con il crollo degli ordini e una difficile ripartenza, il turismo, da Capalbio a Forte dei Marmi, dal confine con il Lazio a quello con la Liguria, e la gestione, difficilissima, delle spiagge libere, una rubrica settimanale sulle serie Tv in arrivo, piccolo passatempo per le persone “recluse”, argomenti così diversi fra loro, ma seguiti grazie al tempo passato in casa, dove puoi approfondire, riflettere, farti venire idee senza l’assillo degli orari, degli spostamenti, del tempo perso guidando. Stai nelle tue stanze e scopri un modo diverso di lavorare, meno frenetico e forse più produttivo.
Alcuni dei tanti esperti che hanno capito tutto, o in qualche caso anche nulla, del coronavirus, sostengono che dalla Lombardia, dove il virus è “sbarcato” in Italia dalla Cina, si sia poi diffuso nel resto d’Italia a causa delle tante fiere di settore che, fra gennaio e febbraio, si tengono a Milano. Migliaia di persone giunte (e poi ripartite) da tutta Italia negli stessi capannoni, strette di mano, inconsapevole e normalissima convivialità: insomma, un incubatore perfetto. E io, in una delle più grandi fiere di Milano, la BIT (Borsa Italiana del Turismo), ci sono stato il 9 e il 10 febbraio, per un progetto sul turismo curato dal Tirreno, il mio giornale. Allora tutto pareva ancora così lontano: pensavamo che “il problema” sarebbe rimasto confinato a Wuhan e che, al massimo, in Italia sarebbe arrivata una fastidiosa influenza.
Invece, alle prime avvisaglie di cosa sarebbe poi successo, già dai primi di marzo, d’accordo con la direzione del giornale la mia sede di lavoro si è spostata. Non più il grande open-space della storica sede di viale Alfieri a Livorno, ma la cucina della mia casa nel centro storico di Grosseto, dentro alle Mura medicee. Non più colleghi urlanti al telefono nella scrivania attaccata alla mia e lunghe riunioni a confrontarsi sugli argomenti del giorno, ma, nel silenzio, una libreria, due schermi, una piattaforma video per parlare con gli altri, peraltro uno dopo l’altro anche loro “confinati” nel soggiorno o nello studio delle loro abitazioni.
Fa strano lavorare da casa, quando la condivisione degli spazi e delle opinioni ti ha accompagnato per quasi trent’anni di questo mestiere. E fa ancora più strano doversi rapportare con i tuoi interlocutori solo con la voce o, al massimo, guardando un piccolo volto in un riquadro del cellulare. Un giornalista, prima di tutto, tiene buoni rapporti e, soprattutto, consuma le suole delle scarpe per vedere dal vivo quello che deve descrivere con la penna. Fra scrivere quello che ti raccontano e scrivere quello che vedi la differenza è tanta. E i lettori se ne accorgono.
Però poi ti abitui. E magari scopri che, nel bozzolo, la creatività può anche migliorare. All’inizio, quando ero uno dei pochi a fare smart-working, parevo un privilegiato. In fondo smart significa intelligente, facile, ma anche piccolo, quasi che da casa si possa lavorare meno. Non è così. Complice il lockdown, quella chiave girata nella serratura che ha chiuso le porte delle nostre case, forse andrebbe ribattezzato large-working. Perché se non perdi la dimensione dello spazio, vedi sempre i soliti angoli di casa tua, perdi la dimensione del tempo e la giornata di lavoro inizia dopo colazione e termina quando vai a letto.
Più tempo, più approfondimento, contenuti (su carta, su web) migliori e ben verificati: una semplice equazione di cui, quando questo tsunami pandemico sarà passato, dovremo tener conto per una nuova organizzazione del lavoro, figlia degli insegnamenti e dell’esperienza positiva e non dell’emergenza. Perché una cosa, dall’osservatorio di un giornale regionale e capillare sui territori come il mio, Il Tirreno, questo difficile periodo ce l’ha insegnata: la gente ha voglia di informazione di qualità, di leggere cose di cui sa di potersi fidare.
Nell’era delle fake-news, delle notizie mezze vere e mezze false, o forse del tutto inventate, che sembrano reali a forza di rimbalzare come palline di un flipper da una condivisione all’altra, il lavoro di chi fa il nostro mestiere seguendo regole e deontologia, trova consensi. Abbiamo scelto un hashtag, noi del Tirreno, #impegnoecoraggio, che ci è sembrato tenere insieme tutto. La diffusione è cresciuta, alle edicole abbiamo visto anche le persone in fila, distanziate ma in attesa di comprare un quotidiano. Ormai basta un cellulare per improvvisarsi cronisti, ma fra i campioni dei social e chi prima di scrivere verifica e riflette, la differenza si nota. E i lettori, ancora una volta, se ne accorgono.
Non so se tutto questo sia “merito” del coronavirus, ma il livello generale della stampa italiana è cresciuto in questi mesi, almeno in quelle testate che hanno avuto l’intelligenza di raccontare senza farsi trainare da qualche appartenenza o vicinanza politica, senza fare il tifo per nessuno. Essere stato una piccola tessera di questo grande mosaico mi rende orgoglioso. E sono certo che non potremo più tornare indietro.

Guido Fiorini, vice caporedattore de Il Tirreno
Premio ‘Li omini boni’ per la comunicazione 2015
25 maggio 2020

Leggi tutta la serie de “Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani”

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