Un giornalismo “altro” è possibile

Scovare, intercettare, raccogliere materiale, accumulare fonti stando sempre dietro a uno schermo e seduti a una scrivania è compito tutt’altro che semplice.

Ho raccontato l’esperienza di un ingegnere toscano impegnato nel progettare un’astronave che, entro il 2050, porterà 1 milione di persone su Marte. Ho intervistato una leggenda della nazionale di calcio, Marco Tardelli, per capire come stava vivendo la quarantena alla quale ci ha costretto l’emergenza coronavirus e analizzare con lui l’eventuale ripartenza della Serie A. Ho raccolto l’esperienza negli ospedali e nelle Rsa della Lombardia di un medico pisano in prima linea nella lotta al Covid-19. Ho studiato il progetto di un giovane ingegnere di Casciana Terme che in smart working ha terminato la progettazione di un ospedale in Danimarca la cui superficie è superiore a quella del paese in cui è nato e cresciuto. E come dimenticare i tre inventori pontederesi che hanno brevettato una mascherina in grado non solo di proteggere dal virus, ma di farlo permettendo di inserire in sicurezza una cannuccia per bere senza doverla sfilare?

Sono soltanto una minima parte delle storie che ho raccolto e trasformato in articoli, quasi tutti per il quotidiano Il Tirreno, non muovendomi da casa mia per oltre tre mesi. Dovessi provare a fare una sintesi di cosa la pandemia è stata per me, giornalista e imprenditore del mondo della comunicazione, partirei proprio da queste storie. Vero, ci sono stati colleghi giornalisti in prima linea. A mostrare il dramma che si stava vivendo negli ospedali e il lavoro instancabile di medici e infermieri. Altri colleghi pronti a descrivere i drammi di imprenditori e lavoratori sprofondati in una serie di problemi familiari ed economici senza precedenti. Molti giornalisti sono stati sul campo, come fossero inviati di guerra. In una guerra strana e storica allo stesso tempo.

Come ho provato a dimostrare con la “lista” iniziale, concentrata in meno di tre mesi di lavoro e senza mettere mai la testa fuori di casa, credo che fare giornalismo di qualità sia possibile anche in smart working. Non voglio attaccare la cara e vecchia regola del “consumarsi le suole delle scarpe”. Mi sono formato seguendo questo credo e, da grande, ho vinto premi giornalistici andando direttamente sul campo a verificare quanto mi veniva segnalato o raccontato dalle mie fonti. So come si fa il lavoro sporco e questo continuerà a essere decisivo anche in futuro. Ma un giornalismo “altro” è possibile. È meno faticoso? Personalmente lo è stato molto di più. Primo per ragioni familiari: ho vissuto a stretto contatto, come mai prima d’ora, con la mia compagna e mio figlio di poco più di un anno. Pianificare e organizzare interviste e servizi giornalistici tra una pappa, un pannolino sporco e i gioiosi schiamazzi di un bambino è più difficile di quanto si pensi (anche se fare il papà è il miglior viaggio che un uomo possa desiderare nella vita).
Tralasciando questo aspetto personale, scovare, intercettare, raccogliere materiale, accumulare le fonti stando sempre dietro a uno schermo e seduti a una scrivania è compito tutt’altro che semplice. A differenza di medici e infermieri, evidentemente in prima linea nella guerra contro il virus, la professione di chi fa informazione ha un duplice livello. Chi, ovviamente, ha il compito di descrivere ciò che sta accadendo nel Paese. E di farlo proprio sul campo. E poi c’è chi si occupa di raccontare, come accaduto a me, gli aspetti collaterali alla vita ai tempi del coronavirus. Collaterali ma non secondari, basti pensare a un’azienda di liquori di Forcoli, in provincia di Pisa, della quale ho descritto l’incredibile riconversione industriale. Dopo 100 anni a produrre grappe e distillati, il lockdown ha spinto l’azienda, a gestione familiare, a creare un gel a base alcolica con poteri disinfettanti. Quando tutti andavano a caccia dell’Amuchina nei supermercati trovando solo scaffali vuoti, aver raccontato questa nuova possibilità in una fase di crisi è stato sicuramente utile.

In generale capire la portata di un evento tragicamente storico come quello vissuto durante l’emergenza coronavirus richiederà tempo. Il giornalismo può raccontare, descrivere, testimoniare, dare risposte ai lettori mentre i fatti avvengono. Le analisi, però, hanno solitamente tempi più dilatati per essere ben centrate e corrette. Lavorando anche nella gestione di community di lettori sui vari forum dei siti di informazione, sia nazionali che locali, una cosa è certa: il bisogno di informazione è letteralmente esploso. I commenti dei lettori, per la mia esperienza personale, sono aumentati di una percentuale variabile tra il 40 e il 60% ogni mese. Così come gli abbonamenti digitali. Una sete di informazione senza precedenti da quando internet, e ancora di più i social, hanno stravolto il ruolo dell’informazione tradizionale, carta stampata in primis.
I due aspetti, fare giornalismo di qualità anche da remoto e il crescente bisogno di storie, racconti e notizie sui siti di informazione, sono i due aspetti che, per chi fa il mio mestiere, devono essere le sfide del futuro. E, come spesso accade, sono proprio le crisi a fornire le migliori opportunità.

Alessandro Bientinesi, giornalista de Il Tirreno
Cronista Toscano 2018
28 maggio 2020

Leggi tutta la serie de “Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani”

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