50 metri

Per 50 metri, in un umido giorno di aprile, non è esistito niente. Un momento sospeso, la fatica di non capire più qual è la realtà.

Per un attimo, era tutto scomparso. 

Aprire la porta e non vedere nessuno. Fare due passi fuori di casa, per arrivare a comprare le sigarette, senza vedere nessuno. La mascherina, un vezzo.  

Non è mai successo. 

50 metri in cui tutto è sparito. L’isolamento, i contagi, le mascherine, i camion dell’esercito che lasciano Bergamo carichi di salme da cremare, in una notte di aprile. Non è esistito niente, non è morto nessuno.
50 metri con la sensazione di dover togliere la mascherina per non sembrare pazza al primo incontro. Quel rito di mettere e togliere le scarpe all’ingresso di casa, disinfettarsi le mani prima e dopo aver prelevato i soldi al bancomat della piazza, dopo aver preso il pacchetto di sigarette dalla tabaccaia – unica persona in carne ed ossa per un dialogo in due mesi – è tutto nella testa, tutto un’immaginazione, un’allucinazione.
Per 50 metri, in un umido giorno di aprile, non è esistito niente. Un momento sospeso, la fatica di non capire più qual è la realtà.
Lo squarcio lo crea lo sguardo di scorcio alla piazza appena dietro l’angolo. La gente in fila, con le mascherine, gli occhi della paura oltre al ferretto sul naso, sempre più evidente passo dopo passo.
Tornare al vecchio rito di ‘chi è l’ultimo?’ come quando dal medico del paese non esistevano gli appuntamenti, e si andava a far le file e a gara a chi aveva più beghe. Con la differenza che, adesso, la gara la vince chi sta bene, chi ‘tutti bene’, che ‘l’importante è la salute’. 
Quei 50 metri senza respiro, sentendo le gambe tremare, la mente vacillare, il silenzio invadere la testa. Come nelle notti senza auto per la via, senza il rumore del treno in lontananza oltre la statale, senza una scia in cielo. Solo il cinguettio degli uccellini la mattina presto. I merli che hanno da sempre rotto il silenzio nell’alba di paese, diventati il rumore della vita. Un cinguettio come un monito alla fermezza, un ‘se ti muovi sei morto’. Un ricatto. La civetta, di notte; l’assiuolo, con il suo verso da allarme cadenzato ogni 9 secondi, sempre dalle 21 in poi. 
50 metri e 60 passi annullano tutto. Ogni sensazione, ogni suono, ogni profumo, ogni pensiero, ogni preoccupazione. 

Per 50 metri, sono sola nel mondo, sono sola a sapere, sola ad immaginare, che possa essere la fine del mondo.

Viola Centi
Cronista Toscano 2017
22 maggio 2020

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