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Quarta lettura della Biblioteca Sonora: Marco Cipollini

Quarta lettura della Biblioteca Sonora: Marco Cipollini

Andrea Giuntini ci propone “Der Wein”, un brano di Marco Cipollini, nella quarta lettura dedicata alla nostra Biblioteca Sonora.

Marco Cipollini, classe 1946, fucecchiese di nascita, cresciuto in quel di San Miniato, risiede a Empoli ormai da anni, dove ha svolto la professione di insegnante. È tra i fondatori e redattori della storica rivista Erba d’Arno, redattore di Il segno di Empoli, nonché collaboratore di molte altre riviste dove pubblica poesie, racconti e interventi critici.

Il suo esordio risale al 1981 con Vallecchi e la raccolta di versi “Rose d’Eros”. È autore anche di un’opera che ha tutti gli ingredienti per essere definita, come lo è stata, un caso letterario, il poema “Sirene”, Edizioni Ets (2004) in 5 libri, ogni libro di 12 canti, ogni canto di 240 esametri, nel quale l’autore riconosce l’opera più completa della sua poiesis.Numerose le sue pubblicazioni, in poesia e prosa: “Emblemi” (1990) “La Passione” (1991)”. “Carmi profani”(1993) “ L’amante fantasma” (1996); “Grandi carmi” (tre poemi, elaborati lungo cinque lustri: Labirinto, La Passione, Sabbas (1998); “L’origine” (2002); “Trittico” (2005); “Kore” (2006); il libello “Trattatello rivoltoso de l’uomo di Fucecchio ossia Marco Cipollini poeta esule all’età sua” (2007); “Ritorno a Volterra” (2007); “Essere” (2013); “Carmi ulteriori” (2013); i romanzi “L’immortale”, “Rinascite” e “Uno sguardo nel buio”; i libri di racconti “Racconti epifanici” e “Racconti fino alla fine del mondo”; “Le stagioni in Toscana”, “Gli scritti speculari”, “La maschera di Carne”, “Carmi erotici” (2014); “Minime e massime”, “L’invitto”, “Carmi neometrici”, “Imitazioni” (2015); “Repertori”, “Santuario”, “Il tempo” (2016); “Amore e morte” (2018). Ha tradotto di Jean-Pierre Cascarino la raccolta di poesie Suite toscane (2005) e di François Cheng “Cantos toscans” (2015).

Marco Cipollini è un amico dell’Associazione Vinci nel Cuore, già in tempi in cui ancora non si chiamava in questo modo. Nel 2011 nell’ambito del ciclo “Poesia & Musica” organizzato da Vincincontri ha presentato presso la Biblioteca Leonardiana i suoi “Inni Trinitari” per le edizioni Feeria di S.Leolino ed è stato tra i relatori della cerimonia commemorativa per i Quattrocento anni dell’Oratorio della SS. Annunziata di Vinci (12.05.2012). Nell’ambito della Festa della Poesia di Vinci, nel 2019, ha presentato il saggio “Il segreto dell’Angelo” nel corso di una serata sul tema “Dalla pittura alla poesia, il linguaggio delle pieghe e delle note: quali enigmi si nascondono nelle opere di Leonardo?” , intervento che poi è stato pubblicato nel volumetto “Pieghe. I Quadri parlanti di Leonardo” (2019).

Qui lo riproponiamo attraverso la voce di Andrea Giuntini, che ci guida nella quarta lettura della nostra Biblioteca Sonora.

Potete trovare tutto quel riguarda Marco Cipollini sul suo sito ufficiale.

La Biblioteca Sonora di VnC accoglie Umberto Marianelli

La Biblioteca Sonora di VnC accoglie Umberto Marianelli

La terza lettura del nostro podcast riguarda “La madre”, un brano che Andrea Giuntini ha scelto da “Convocazione”.

Umberto Marianelli nasce, vive e lavora a Empoli. Esercita la professione anche in quel di Vinci, esattamente sulla collina prospiciente Sovigliana, dove dirige la Casa di Cura Leonardo, fondata esattamente cinquant’anni fa, divenuta una delle più belle realtà del Comune.

È chirurgo, scrittore e pittore. La sua dedizione all’arte risale alla prima giovinezza, passione condivisa con un altro promettente scrittore vinciano, peraltro coetaneo, diventato giornalista, Saverio Ciattini, autore di prefazioni e contributi ad alcune sue pubblicazioni. Scrive diversi libri in prosa. Il “Noi vinti”, dedicato ai fatti della seconda guerra mondiale, è un vero e proprio documento storico della sua generazione citato da critici e storici illustri, da Indro Montanelli fino a Giampaolo Panza. In poesia, si segnalano invece le sillogi “Barca ancorata” (1968), “Graffiti” (1980) “Sottosuolo” (1994) e il “Pianto di Eva”, testo poetico per la pittura di Franco Aretini, pubblicato nel 1973 in occasione della mostra tenuta a Vinci dall’amico artista, a conferma dei suoi stretti legami professionali e artistici con la città di Leonardo, seppure con la natia Empoli sempre condivisi: “Borgo via carraia via degli orti/questo il mio giro del mondo/ fin da ragazzo/ vi porto a spasso l’universo” (da “Graffiti”, la poesia Universo). Come pittore espone le opere a Firenze, presso le storiche Gallerie Pananti e Spinetti, nonché a Pontedilegno, Brescia e Roma. 

“Un poeta che si è trovato col bisturi in mano, un uomo che a nessun prezzo si lascia travolgere dalla mediocrità”, così lo descrive l’amico Saverio di Vinci, con cui condivide una gioventù e una storia “di ragazzi che la guerra ha maturato avanti tempo” e che nella poesia riscoprono i segni della loro stagione ruggente. Scrive ancora Saverio: “Un magro libro di versi per ciascuno e l’impietosa consapevolezza di questa condizione di adulti che inutilmente ci ostiniamo a respingere” (dalla prefazione a “Barca ancorata”). 

La poesia di Marianelli è moderna nella forma e nello stile. La penna si confonde facilmente con il pennello. I suoi versi sono ora suggestioni ora i tratti incisivi di immagini che si compongono inevitabilmente nelle cromature e impressioni del pittore poeta, a tutto tondo. Sono quadri poetici di varia natura e rara intensità, dalle stagioni e paesaggi dei testi giovanili si vengono a privilegiare in quelli più recenti i ritratti e i sentimenti dell’uomo. Quest’ultima poesia si segnala per una maggiore sinteticità, quasi epigrammi o bozzetti nello stile del Fucini padre, a completare un secolo di storia in poesia tra medici poeti.

Nell’opera di Marianelli non viene tuttavia mai  compromessa la sensibilità di un artista raffinato, sensibile, seppure rigoroso nella disciplina artistica, quasi non vi fosse più alcun argine (soprattutto in “Graffiti”), a distinguere il poeta innato, scienziato dell’uomo e delle sue passioni, dal medico, uomo di scienza e di ricerca sul senso della vita.

Si ringrazia la famiglia Marianelli per la disponibilità e amicizia al Comitato Vinci nel Cuore!
(Nota redatta da Nicola Baronti)

UMBERTO MARIANELLI
Umberto Marianelli (1925-2014) chirurgo, scrittore, poeta. Empolese di nascita e di formazione, da molti è conosciuto come fondatore e per decenni anima della clinica ‘Leonardo’ di Sovigliana-Vinci. Oltre che uomo di scienza è stato un grande artista. Sotto la guida del maestro empolese, Nello Alessandrini, imparò l’arte pittorica. Scrittore e poeta: il suo libro più celebre è senza dubbio il diario di “Noi Vinti”(1960), opera autobiografica citata da Montanelli, Bocca, Pansa, Biagi, in cui descrive in modo disincantato le sconfitte di un’intera generazione di italiani. Ha pubblicato inoltre “L’intruso” e il libro di racconti “Convocazione”. Come poeta ha debuttato con la raccolta “Barca ancorata”, a cui seguono “Graffiti”, “Il Pianto di Eva” “Sottosuolo”. È inserito tra i “medici umanisti” dell’Archivio dei Poeti di Vinci (2012) e a lui è stata dedicata la III Veglia dei Poeti di Vinci (2015).

Riconoscere i nostri territori leggendo Testaferrata

Riconoscere i nostri territori leggendo Testaferrata

Secondo appuntamento con la Biblioteca Sonora di VnC. Andrea Giuntini ci porta a spasso per le colline vinciane leggendo Testaferrata.

L’avevamo già proposto in occasione del centenario della scomparsa di Renato Fucini; lo rifacciamo adesso.
Il Vinciarese pubblica un altro episodio del podcast dedicato ai protagonisti della storia locale grazie alle letture di Andrea Giuntini.

Questa settimana è la volta di un empolese illustre, Luigi Testaferrata, al quale il Vinciarese aveva già reso omaggio in occasione della sua scomparsa, lo scorso gennaio.
Oggi, proprio di quel racconto – “Io lei Vinci”, all’interno de “Le rondini della luna”, Ibiskos Ulivieri edizioni – riproponiamo l’interpretazione di Andrea Giuntini.

È un viaggio di cui molti di voi riconosceranno i luoghi, e per cui comunque vale la pena di perdersi nei quasi nove minuti del brano per provare a riconoscere i luoghi citati e tentare di ricostruire il percorso: le località Calistri e Pirro, la Cappella della Missioni, l’Abbazia di S. Giusto, Vinci riconosciuta dall’altro.

LUIGI TESTAFERRATA
Nato a Empoli nel 1932, scomparso nel gennaio del 2021, ha insegnato Italiano e Latino nei licei ed è stato preside del Liceo Classico Virgilio di Empoli.  Tra i suoi romanzi ricordiamo: L’ altissimo e le rose, Placide pene d’amore, Tenera come colomba. Ha collaborato a ‘ La Voce repubblicana’, ‘Il Giorno’, ‘Il Giornale’ di Indro Montanelli. Traduttore dal Latino, è stato membro del Centro Studi Dannunziani di Pescara. 

Giannetto: il manuale scolastico che “fece più unita l’Italia”

Giannetto: il manuale scolastico che “fece più unita l’Italia”

Nella settimana in cui si celebra il centosessantesimo dell’Unità d’Italia, Tamara Morelli ci parla di Giannetto, modello educativo del tempo.

tempo di lettura: 5 minuti

Certamente avere l’opportunità di conoscere in maniera diretta gli ideali che animavano l’Italia del Risorgimento ha rappresentato per me una felice occasione per approfondire le mie conoscenze storiche.
Devo questo alla gentilezza dell’avvocato Nicola Baronti che mi ha proposto di leggere “Giannetto”, manuale per la scuola elementare del 1875, posseduto dalla sua vecchia antenata Carolina Mazzantini, di idee socialiste e ammiratrice di Garibaldi.
La combattiva e determinata Carolina, in quanto maestra del Comune di Vinci si fece paladina dell’educazione dei giovani delle classi più umili, usando per la sua attività proprio quel libro che io ho sfogliato con curiosità.

La prima edizione di “Giannetto”, uscita nel 1835, fu premiata l’anno successivo dal Comitato del Metodo della Società fiorentina, perché si trattava di un buon libro utile all’educazione popolare, in grado di far apprendere agli alunni in modo semplice e naturale le norme morali che scaturivano dai fatti e dalle esperienze.
L’Ottocento fu ricco di filantropi, pedagogisti e scrittori per l’infanzia che credevano fermamente nell’educazione morale e civile dei giovani e nell’importanza della scuola per formare il buon cittadino. A proposito si ricordano, oltre a “Giannetto” del pedagogista e direttore scolastico Luigi Alessandro Paravicini, “Pinocchio” di Carlo Lorenzini detto ‘Collodi’ e il “Libro Cuore” di Edmondo De Amicis. Numerose furono le edizioni che seguirono al primo “Giannetto”, così da rendere estesa la sua diffusione e notorietà in tutta Italia. L’edizione da me visionata è quella del 1875, dove l’autore apre il libro con gli Avvertimenti “ai consigli provinciali scolastici, ai maestri, alle maestre, ai direttori delle scuole elementari e alle madri che intendono alla istruzione educativa de’ figliuoli”, perché lo scopo del “Giannetto” è offrire aiuto nella difficile impresa di istruire e imprimere nei ragazzi “i doveri verso Dio, sé medesimi, i congiunti e la Patria”.
Quei doveri erano molto sentiti all’epoca in cui era nata l’Italia Unita , cioè nel 1861, e già Manzoni era stato un convinto sostenitore dell’indipendenza del popolo che trovava la sua unità nella lingua, nella patria e nel sentimento religioso. Il maestro sagace, afferma il Paravicini, è colui che sa cogliere ogni opportunità per evocare la memoria storica di quegli uomini magnanimi che hanno redento l’Italia dall’oppressione, trasmettendo agli studenti l’amor di patria. Paravicini, anche se usa uno stile arcaico e retorico, lontano dal nostro modo di comunicare, negli Avvertimenti ci presenta un nuovo metodo d’insegnamento condivisibile, che prende avvio dall’esperienza concreta per giungere al non conosciuto. Il nuovo metodo evita il falso apprendimento e lascia “nelle botteghe dei ferrivecchi qualunque esercizio pappagallesco”, quindi rifiuta un modo d’apprendere meccanico e mnemonico. Dice ancora, rivolgendosi ai maestri, che le materie scolastiche servono allo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali del giovane e inoltre il nuovo metodo non consiste solo nell’insegnare a leggere, scrivere e far di conto, ma nell’ aiutarlo a divenire “sveglio d’ingegno e dabbene”.

Nel “Giannetto” grande rilievo ha la morale, infatti l’autore è convinto che “sulle panche della scuola si devono apparecchiare i cittadini” ed è compito dei maestri “mettere negli animi della gioventù le radici dei doveri cittadini… e come il Paese e le agiatezze di tutti prosperano solo con l’ordine pubblico, col lavoro delle menti istruite, colle virtù domestiche e pubbliche”. Un obiettivo importante da raggiungere, in sintonia con le misure legislative attuate dai nuovi governanti, è quello di aiutare gli studenti, ma pure i maestri, a parlare correttamente la lingua italiana per avvicinarsi al toscano e superare i dialetti.
Già Manzoni si era posto il problema della lingua quando era venuto a Firenze a “risciacquare i panni in Arno” per la stesura dell’ultima edizione de I Promessi Sposi.
Dopo l’Unità d’ Italia, il governo dovette affrontare una serie di problemi che affliggevano il nostro Paese, da secoli diviso in tanti stati in lotta tra loro. Tra questi, l’analfabetismo era particolarmente grave: raggiungeva il 78% e anche punte più alte nel Sud. Lo stesso re Vittorio Emanuele II aveva poca confidenza con la lingua italiana e si esprimeva in piemontese o in francese, come pure coloro che erano istruiti parlavano il dialetto. Prima il Governo di destra con la legge Casati e poi quello di sinistra con la legge Coppino cercarono di porre rimedio a questa piaga sociale rendendo obbligatoria e gratuita la scuola elementare dai 6 ai 9 anni per tutti i bambini. La legge Coppino del 1877 introduceva pene severe per i genitori che non mandavano i figli a scuola, tuttavia l’evasione scolastica continuò ad essere alta soprattutto nelle campagne, poiché i figli venivano impiegati nei lavori dei campi, a causa della misere condizioni di vita delle famiglie. Carlo Lorenzini, autore di “Pinocchio”, nel 1884 scrisse un coraggioso e pungente articolo rivolto al governo sulla Legge Coppino: “Avete fatto la legge per mandare i bambini a scuola, avete illuso gli italiani di poter attingere a un’istruzione obbligatoria e gratuita e poi lasciate che questi figlioli invece di andare a scuola vadano a lavorare perché costretti dalla miseria. La gente muore di fame e voi pensate che possa andare tranquillamente a scuola. Quello che state facendo è demagogia: una doppia tortura, vi siete salvati l’anima ma non avete risolto la questione di fondo: ci vogliono pane e libri”.

“Giannetto” rappresenta un importante documento storico dell’epoca risorgimentale da cui possiamo ben comprendere i valori sociali, morali e religiosi dopo la metà dell’ottocento in Italia. Ma perché questo titolo, qualcuno potrebbe chiedersi. Giannetto, ragazzino di umili origini, è il protagonista del manuale, scandito in giornate e in lezioni, che accompagna i suoi coetanei attraverso la conoscenza delle varie materie e la lettura di brevi racconti di esperienze di vita, che trasmettono spesso un messaggio morale. Il manuale si pone a metà tra un’antologia che raccoglie numerose letture e un sussidiario, dove sono esposte nozioni di storia, geografia, scienze , igiene e agricoltura. Non potevano mancare le regole ortografiche e l’uso degli accenti, proprio per avvicinare tutti, studenti e maestri, alla lingua di Dante. Solo in tal modo l’autore sperava di unire veramente tutti gli italiani, a conferma del detto di Massimo d’Azeglio “fatta l’Italia (anche se ancora erano assenti Veneto e Roma, nda) si devono fare gli Italiani”. Paravicini da sensibile pedagogista aveva saputo coniugare “due divine sorelle: l’educazione dell’intelletto e quella dell’animo”, oggigiorno conosciute come area cognitiva e area affettiva, quest’ultima da curare maggiormente poiché le relazioni umane determinano l’apprendimento in modo significativo. Il libro è composto da tre volumi, nel terzo grande rilievo ha la storia d’Italia, ripercorsa dall’età antica a quella contemporanea. Definita “terra delle meraviglie” nel capitolo “Pregi e glorie d’Italia”, Giannetto dimostra gratitudine verso i grandi uomini che hanno contribuito a farla forte e bella; Roma, divenuta capitale nel 1871, è considerata “signora e metropoli del mondo cattolico”. Il più grande pittore a suo giudizio era Raffaello Sanzio, mentre Leonardo è annoverato tra gli artisti del così detto “secolo d’oro”. Giannetto, da fanciullo di umili condizioni sociali, attraverso l’istruzione e la buona volontà riuscirà a farsi una posizione lavorativa gratificante e cosi, a conclusione del manuale, lo troviamo felice tra gli applausi di tanta gente soddisfatta per i “premi di virtù” da lui stesso istituiti a dimostrazione che l’adempimento dei propri doveri è sempre fonte di pace e benessere.


Tamara Morelli

Le poetesse toscane e l’arte dell’ottava rima

Le poetesse toscane e l’arte dell’ottava rima

L’Otto marzo in rima, al femminile, e con l’accento toscano. Tamara Morelli ci porta in giro per la nostra terra a conoscere alcune poetesse.

Nell’immagine: Teresa Bandettini in un ritratto di Angelika Kauffman

tempo di lettura: 5 minuti

Talento e creatività sono doni della natura assai graditi da chi ne è dotato. Per fortuna la natura è giusta e provvede senza fare attenzione se si tratta di uomo o donna. In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale a lei dedicata, ho pensato a donne d’ingegno, poetesse e improvvisatrici di versi e stornelli, che con passione e determinazione sono riuscite a farsi valere e meritano quanto gli uomini e anche di più di essere ricordate e fatte conoscere.

La nostra Toscana detiene il primato per la poesia d’improvvisazione, espressione di una cultura che si identificava con la trasmissione orale delle tradizioni della comunità. Accanto agli uomini con questo talento ci sono state anche molte donne dotate di eccellenti capacità comunicative ed espressive.
Andando indietro nel tempo, tra Settecento e Ottocento, ricordiamo la pistoiese Maria Maddalena Morelli ( 1727-1800), celebrata con lo pseudonimo di Corilla Olimpica, a cui si ispirò Madame De Stael per il suo romanzo “Corinne ou l’Italie”; la livornese Fortunata Sulgher Fantastici (1755-1824), la lucchese Teresa Bandettini, Beatrice Bugelli di Pian degli Ontani e la brava Giannina Milli di Teramo.
La poesia popolare e campestre ebbe una larga fioritura in Toscana e fu raccolta da Niccolò Tommaseo nei “Canti popolari toscani”.

L’Ottocento, con i primi sussulti risorgimentali, coinvolse la poesia patriottica e creò generazioni di improvvisatori, anche autodidatti di estrazione popolare, che puntavano sui classici come Dante, Petrarca e Ariosto. La Divina Commedia era una delle letture predilette dei vari rimatori. Ne è un esempio un componimento della poetessa Teresa Bandettini che improvvisò la prigionia del Conte Ugolino.
Teresa era nata a Lucca nel 1763 da una famiglia modesta. Fin da piccola dimostrò uno spiccato interesse per lo studio, sostenuto da una memoria prodigiosa, e per la poesia. Iniziò molto presto a comporre versi, dilettandosi a improvvisare insieme alla madre, che le rispondeva in rima e la sostenne cercando di soddisfare il desiderio di curiosità della figlia. Sull’aria di questa o quella canzonetta udita anche per strada, Teresa riusciva con maestria ad adattare versi di sua invenzione. La difficile situazione familiare le fece scegliere una strada diversa dalla poesia e accettò di essere scritturata come prima ballerina al teatro corso di Bastia. Si esibì inoltre in vari teatri italiani, da Firenze a Bologna, da Modena a Milano, dalla cui esperienza acquisì doti mimiche e sceniche senza abbandonare la poesia estemporanea, anzi godette di libertà a quel tempo impensabili per una donna. Il marito, Pietro Landucci, Capitano di Cavalleria del Duca di Modena e ballerino di teatro, la incoraggiò e sostenne nello svolgimento dell’attività di poetessa di professione. Nel 1794 il tour toscano la condusse nella sua città natale, dove fu chiamata a esibirsi su temi richiesti al momento come quello sul Conte Ugolino. La Bandettini nutriva un vero culto per i classici e per la Divina commedia in particolare, che dimostrava di conoscere alla perfezione. Nella autobiografia ricorda quando bambina dimenticava pure di fare merenda da quanto era assorta nella lettura e non udiva i richiami della mamma o delle sorelle che la invitavano a pranzo. Lo studio costante sui libri del fratello fu alla base della sua formazione di letterata autodidatta. La tournée toscana si concluse con l’entusiastico successo riscosso dalla performance dantesca a Firenze nel dicembre 1794. Ebbe elogi anche dall’Alfieri , spesso refrattario alle lodi. Agli albori del nuovo secolo, favorevole agli ideali risorgimentali, la Bandettini dà un’immagine di Dante quale “padre della patria” e il suo nome appare insieme a quelli di altri illustri poeti e verseggiatori, quali Vincenzo Monti, Giovanni Pindemonte e lo stesso Ugo Foscolo, tra i protagonisti della raccolta di liriche intitolata “Il Parnaso”, che comprende anche la sua poesia “La pace”, in cui augura una pace prospera all’Italia devastata da anni dal sanguinoso intervento napoleonico dopo la battaglia di Marengo.

La poesia estemporanea fu un fenomeno prettamente italiano, che affascinava il pubblico straniero, ma non si può ridurre a puro diletto, avulso da motivazioni culturali. Infatti essa raggiunse tutti i ceti sociali e il testo dantesco vide la sua fortuna proprio grazie a un consumo sia a livello alto nei salotti borghesi, sia a livello popolare nelle piazze. Gli strati sociali più umili riuscirono così ad accedere al sapere e a farsene addirittura divulgatori.
Caso emblematico è quello della poetessa pastora di Pian degli Ontani Beatrice Bugelli. Per quanto analfabeta, grazie a un’innata vena poetico-creativa, divenne una vera protagonista nella storia della poesia d’improvvisazione fra Ottocento e Novecento. Eminenti letterari si recarono nel cutiglianese per conoscerla e ascoltarla. Il primo fu Niccolò Tommaseo, che la incontrò nel 1832, restando impressionato per le doti espressive e la bravura nel sapere improvvisare ottave su un repertorio di qualità, pur essendo analfabeta. Anche Massimo d’Azeglio e Giuseppe Giusti si recarono a conoscerla. Lo stesso Renato Fucini la intervistò e l’articolo apparve sul quotidiano Domenica del Fracassa. Essa possedeva un tesoro testuale costruito con la memorizzazione di formule, versi e brandelli di classici come Petrarca e Dante, rimodellati con l’abitudine all’ascolto e alla rielaborazione ad alta voce. Pare che esibisse tutto il suo talento nel contrasto in ottava rima, cioè eccellesse nell’agone poetico con altri improvvisatori. La stessa Beatrice raccontava di aver appreso quei versi nel tempo passato, quando a veglia i vecchi assumevano il ruolo di intrattenitori e i bambini si incantavano ad ascoltarli e memorizzarli.
Persone come Beatrice offrivano svago e divertimento, rafforzando socialità e cultura contadina e nello stesso tempo assolvevano anche una funzione educativa, poiché diffondevano un’infarinatura di grammatica e lessico della lingua di uso comune. Possiamo leggere queste notizie nella biografia “Storia del popolo, Beatrice di Pian degli Ontani”, scritta da Francesca Alexander, una gentildonna americana innamorata della Toscana e amica della poetessa. Nel 1859, come racconta la biografa, durante lo “scoppio del vigore d’Italia”, ossia delle guerre d’indipendenza così chiamate dai montanari, anche i due figli della Bugelli avevano indossato gli abiti militari. La madre, in ansia per loro, si recò a pregare alla Pieve di Cutigliano. Così, davanti alle porte della Chiesa improvvisò una pietosa invocazione in mirabili ottave, aspettando il loro ritorno. Beatrice perciò manifestò tutta l’inquietudine e timore di madre attraverso l’arte, nonostante non comprendesse i motivi di quelle guerre, ma ne fosse solo spettatrice. La fama di Beatrice superò i confini della montagna pistoiese e giunse a Firenze, dove le fu richiesto di esibirsi nei salotti cittadini. L’abate Giuliani la invitava spesso nella sua casa fiorentina, specialmente in occasione delle festività. Una sera, ospite dell’abate, vide per caso la carrozza di re Vittorio Emanuele II nelle vicinanze di Palazzo Pitti . Non ebbe un momento di esitazione e, accesa in volto per l’emozione, partì come un razzo e cantò una bella ottava, senza curarsi della folla intorno. Nonostante la notorietà acquisita con il girovagare tra salotti cittadini e piazze del contado toscano, Beatrice continuò il mestiere di pastora e contadina per tutta la vita, fiera delle sue origini. Questo fenomeno poetico ebbe il merito di diffondere un patrimonio culturale che permeò i vari strati sociali tramite coloro che con talento seppero usare la parola cantata e recitata, diventando in tal modo dei veri e propri mediatori culturali a beneficio di chi non aveva accesso all’educazione scolastica.

Questo patrimonio orale va trasmesso alle giovani generazioni, difeso e non disperso. Questo è proprio l’obiettivo con cui è nato il Centro Tradizioni Popolari Empolese Valdelsa nel 2015.


Tamara Morelli

Il Teatro di Vinci o «della Misericordia» nel Novecento vinciano

Il Teatro di Vinci o «della Misericordia» nel Novecento vinciano

La storia del nostro teatro, chiuso al pubblico da un anno, anche per ricordare come e quanto ci manca. #facciamolucesulteatro

tempo di lettura: 5 minuti

I teatri e le sale da concerto sono chiuse ormai da mesi per la concorrente pandemia, che si spera quanto prima possa essere debellata. Abbiamo però bisogno dei teatri, dei cinema, delle sale da concerto, non ci basta più lo spettacolo on line; abbiamo bisogno di vivere il contatto, la presa diretta, l’immersione nell’espressione artistica.
Lo scorso 22 febbraio 2021 i teatri italiani hanno riacceso le loro luci per una sera soltanto. Si voleva ricordare a tutti che quando sarà finita l’emergenza sanitaria ci dovremo occupare immediatamente anche di quest’arte antica quanto l’uomo, specchio e rappresentazione della società che viviamo.
La nostra Associazione non può andare ad accendere le luci ma comunque si sente vicina a chi vive e opera nel settore artistico e teatrale, in modo professionale e anche amatoriale, a quel pubblico virtuale di un teatro che non c’è.
Per questo motivo si ripropone un articolo di qualche anno fa in cui si ricorda la storia recente del Teatro di Vinci o della Misericordia, anche perché, se vogliamo tornare a viverlo veramente e intensamente bisogna conoscere quando, da chi e perché è stato costruito: per guardare al futuro bisogna avere anche piena conoscenza e consapevolezza del nostro passato, non bisogna sbagliare.
Il Teatro di Vinci è stato costruito sulla base di un patto tra associazioni e istituzioni, per avere uno spazio adeguato per il teatro e la musica e soprattutto per le attività delle locali filodrammatiche e filarmoniche. La sala principale è stata, fin dalla sua inaugurazione, vincolata a tale finalità e non bisogna dimenticarlo.

La comunità di Vinci avvertiva la necessità di avere una sede comune per la Filodrammatica e la Filarmonica fin dai primi del Novecento. A farsi portavoce di tale esigenza fu un’associazione di pubblica assistenza con fini umanitari. Si trattava della Croce Bianca sorta a Vinci il 25 aprile 1909 per l’iniziativa del prof. Alessandro Martelli. Nell’adunanza del 24 ottobre 1926 il consiglio della Croce Bianca rilanciava al paese “l’idea della costruzione di un locale sociale e che in accordo con l’onorevole Prof. Martelli benemerito Presidente della Pubblica Assistenza il detto locale dovrà sorgere in unione a quello della Filodrammatica e della Filarmonica e secondo il progetto esposto nel locale sociale e sul terreno comunale espropriato da un bene della chiesa. L’onorevole Martelli acquisterà per £.3000 d’azioni a fondo perduto e probabilmente il terreno fabbricativo sarà ceduto gratuitamente dall’amministrazione comunale”. La proposta veniva accettata dai soci presenti con grande entusiasmo, senza nascondere le difficoltà di tale impresa per un piccolo paese, “mai forse come in questo caso può applicarsi il detto: Volere è potere” sottolineavano i soci. Significativo anche il motto che veniva coniato per l’associazione: “Non meritò di nascere chi visse per sé”. Per raggiungere il suo proposito tuttavia la Croce Bianca avrebbe dovuto trasformarsi in Ente Morale, un percorso giuridico complesso che richiedeva varie modifiche statutarie. L’episodio è curioso, significativo di uno stretto rapporto tra associazioni e istituzioni, suggellato all’epoca dalla presenza del maestro Virgilio Gandi, socio sostenitore e animatore delle varie associazioni culturali, nonché presidente della società di Pubblica Assistenza, e dall’allora Sotto Segretario del Governo Mussolini, Alessandro Martelli, una presenza importante per la storia di Vinci.
L’impresa di costruire un Cinema Teatro riuscì così al Comune, in prossimità del terreno dove sorgeva il vecchio cimitero del paese, contiguo al monumentale Parco della Rimembranza, al quale lavorava probabilmente anche l’illustre architetto del Martelli: Adolfo Coppedè. I disegni del teatro furono presentati in Comune per il tramite dell’ing. Ugo Fucini “dopo gli opportuni accordi con le benemerite istituzioni paesane della Pubblica Assistenza e del Corpo Musicale”.
A seguito della deliberazione del Podestà di Vinci del 27 maggio 1927, il teatro venne costruito in breve tempo e inaugurato, assieme al contiguo parco, il 28 ottobre 1928, qualche mese dopo la nomina del Martelli a Ministro dell’Economia. All’origine il complesso era composto da nove vani. Oltre alla sala per cinema e teatro, gestita dal dopolavoro comunale “Carlo Parenti”, vi avevano la sede varie associazioni dopolavoristiche e organizzazioni dipendenti dal Partito Nazionale Fascista (il comando della Centuria della M.V.S.N., il Comitato Comunale O.B., la ricordata Filarmonica del Dopolavoro).
Il 7 aprile 1940 il Comune di Vinci donò la proprietà dell’intero complesso al Fascio di Combattimento “Franco Martelli” e, per esso, al Dopolavoro Carlo Parenti. La donazione venne subordinata all’inalienabilità del suddetto bene da parte del Fascio e all’obbligo di destinazione a Cinema Teatro della sala principale. In caso di mancata accettazione della donazione, l’immobile sarebbe stato comunque venduto all’asta. Già nel 1937, il valore dello stabile veniva indicato dal Comune di Vinci in £.45.000, su richiesta della Prefettura, quando ormai si profilava la necessità di disfarsi dell’immobile. Il ricavo della vendita sarebbe stato destinato al miglioramento igienico del capoluogo (leggi approvvigionamento idrico, impianti igienici e fognature). Le ragioni della donazione, oltre che politiche, erano di carattere economico. Il comune di Vinci infatti aveva investito notevoli somme per la costruzione dell’edificio, l’attrezzatura ed arredamento per spettacoli cinematografici e teatrali, senza riuscire tuttavia a ritrarre da esse alcun reddito, a fronte invece degli oneri non indifferenti di manutenzione; né d’altro canto si riteneva utile e corretto imporre alle associazioni cittadine canoni di locazione elevati, seppure adeguati all’importanza dei locali usufruiti.
Al termine della seconda guerra mondiale, l’intero complesso del cinema teatro venne trasferito al Demanio, in questo caso all’Intendenza di Finanza, come tutti i beni che erano appartenuti al Partito Nazionale Fascista. Il Comune tentò invano di riacquistare la proprietà, in quanto era stato donato proprio al Fascio di Vinci. Il 7 novembre 1959 il Demanio vendeva i locali del Teatro alla Venerabile Confraternita della Misericordia di Vinci con un notevole sforzo finanziario da parte dell’associazione di volontariato. Nella nuova prestigiosa sede, nel novembre 1966, quando era Governatore il rag. Nilo Bianconi, la Misericordia di Vinci venne eretta in Ente Morale per decreto del Presidente della Repubblica Italiana, riuscendo nell’impresa che non era riuscita nel periodo fascista alla Pubblica Assistenza. Nel contempo, nella bellissima cornice pittorica di quel palcoscenico dei primi Novecento, grazie anche alla mano di Edo Leporatti, l’antica effigie del fascio venne sostituita con la croce gotica, storico simbolo delle Misericordie italiane, riuscite peraltro a sfuggire all’insano progetto fascista d’incorporazione e fusione nella Croce Rossa. Da quel giorno, la gente del paese iniziò a chiamare il locale come il Teatro della Misericordia.
La sala centrale è ancora oggi destinata alle libere attività culturali e artistiche del popolo di Vinci, secondo le originarie intenzioni del Martelli e del Gandi, grazie al recente accordo di gestione intercorso tra la Fraternita di Misericordia, proprietaria dei locali, e il Comune di Vinci, che si è accollato l’impegno del recupero della struttura e dei necessari restauri.


Nicola Baronti