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Quando via Roma si chiamava ancora Via Leonardo, primi Novecento (pgc Archivio Vinci nel Cuore!)

Il racconto di Luca Montagnani delle sue avventure da bambino in una delle strade più suggestive del Capoluogo.

Quando eravamo piccoli, a parte il momento scolare, la nostra frequentazione era a piccoli gruppi, limitata ai dintorni del proprio domicilio, salvo qualche variazione, cioè quando noi maschi andavamo a fare i chierichetti durante la settimana o nel giorno di festa.

Il nostro mondo era Via Roma, delimitato in basso dallo chalet di Amore (il nome del proprietario), che sorgeva dove è stata costruita la Casa del Popolo; in alto da piazza Guazzesi, ove si affacciava la botteghina di dolciumi di Lola; di fronte la piccola cartoleria di Dalida, moglie del calzolaio detto i’ Titti; e sull’angolo con la vicina Piazza Leonardo, la bottega di barbiere di “Baffi”.

Io abitavo nella casa di fronte all’allora pastificio Lensi, data a suo tempo in uso al nonno di mia madre Natale Borchi, in quanto famiglio e fattore per conto del proprietario Sor Attilio Baronti della vicina villa di proprietà (la casa oggi è di proprietà di mio cugino). L’immobile era diviso in due parti, e l’altra era occupata dalla famiglia di Vitaliano Cenci, con la moglie Maura e le due figlie. I passatempi erano: nascondino, guardie e ladri, il gioco con le palline colorate di terracotta che si faceva “sotto i platani”, cioè nello spiazzo interno al cancello di accesso alle pertinenze della villa, dove si realizzavano anche le piste impastando la sabbia con l’acqua, per le corse tipo Giro d’Italia, e dove si giocava pure a pallone. Per cambiare si giocava con i tappini a corona, recuperati dalle bibite usate, spinti a biscotti (con pollice e indice della mano) usando come piste le scale di accesso alle case, ove erano presenti più gradini oppure costruendo una specie di treno sul marciapiede antistante il pastificio, utilizzando le cassette in legno vuote che servivano per il confezionamento della pasta quando veniva spedita. Qualche volta andavamo a giocare “dietro i’ Baldi”, ossia nel terreno antistante la cantina allora Baldi-Papini (il fattore era Antonio Bruni, padre di Antonella e Paolo).

I riferimenti geografici del nostro piccolo mondo erano: sullo stesso lato della mia abitazione, a valle la villa Baronti (storicamente Villa Farsetti, dal nome del primo proprietario), a fianco subito a monte, l’abitazione dei Bruni, la macelleria con annesso laboratorio di Neri Cerbioni, accanto l’abitazione di Isella Montucchielli con le figlie Silvana e Patrizia. Seguiva la latteria di Duna, la caserma dei Carabinieri (ritornata anni dopo nella sede originale dell’anteguerra) ove abitava anche la famiglia del Maresciallo Botti; a fianco la bottega di barbiere e armeria di Homs (Nello) Romanelli e del padre Savino, poi la bottega del calzolaio Titti, con le gabbie degli uccelli da richiamo appese al muro e a fianco la bottega dell’Orsino l’ortolano, poi la casa di Dalida e del marito. Seguiva piazza Guazzesi. Sul lato opposto, a valle c’era l’abitazione dei Lensi, l’omonimo pastificio, la villa dell’avvocato Salvi, la farmacia Galardi, l’abitazione di Vieri Zingoni quindi la botteghina di Dalida, la casa della famiglia del macellaio Cerbioni e, per terminare, la casa cui si accedeva da una scalinata, ove a piano immediato sulla destra c’era il negozio di merceria e tessuti dei Mancini, al 1° piano l’ abitazione degli stessi, e all’ultimo quella di Lepanto Santini.

Luca Montagni

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