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Un altro omaggio di Vinci nel Cuore a Renato Fucini, nel centenario della morte dell’autore, con un breve saggio di Nicola Baronti.

Il 25 febbraio 2021, in tempo di pandemia, con una semplice commemorazione nella cappella della Villa Fucini di Dianella, organizzata dal Festival Fuciniano e dalle locali autorità, si celebra il centenario della morte dello scrittore Renato Fucini, nato a Monterotondo Marittimo nel 1843.

Trasferitosi giovanetto assieme alla famiglia a Vinci e poi a Empoli, con villa e possedimenti a Dianella, ha vissuto intensamente il nostro territorio raccontandolo in opere che sono ancora oggi dei capolavori, come “Le Veglie di Neri”. Rispetto ad altri scrittori incompresi nel proprio tempo, frustrati perché scoperti in tarda età o, peggio, dopo la morte, la fama per il nostro conterraneo è stata immediata, subito stimato dai colleghi e amato dai lettori anche se dalle generazioni successive, a poco a poco, dimenticato. Nella prima parte del Novecento le sue opere erano molto diffuse e lette, anche nelle scuole.
Non sorprende quindi incontrare persone di una certa età che ricordano a memoria qualche sonetto oppure gli aneddoti da lui ripresi dalla vita di paese e raccontati a modo suo, magari per celare il vero nome di chi lo aveva ispirato. I suoi scritti sono un vero e proprio mix di amaro umorismo che volge alla caricatura dei personaggi, con venature di quel sentimentalismo un po’ decadente tipico del tempo (non a caso il De Amicis fu uno dei suoi mentori), un autore comunque sempre attento alla purezza della lingua con il dono di uno stile brioso. Questo è forse il motivo dell’immediata popolarità ma, secondo una parte della critica, anche il suo limite. Come ebbe a scrivere Piero Bargellini il suo verismo, a differenza di quello del Verga, si concretizza “nella macchia d’un bozzettino garbato e paesano”, che con il tempo ha perduto un po’ di attenzione. Non certo quella vena sarcastica, tipicamente toscana, che ha ereditato dalla famiglia, il padre David e il nonno Santi non erano da meno, senza toccare il ramo materno dei Nardi. Renato prese il meglio e il peggio dei propri antenati, fino agli estremi, compreso quell’accentuato anticlericalismo familiare, dettato dall’appartenenza massonica, dall’orientamento politico e da ragioni storiche ben precise (siamo nel pieno Risorgimento italiano). Più che una famiglia di “mangiapreti”, come si dice in Toscana, si sarebbe definita di “pretofobi”, evitando di avere a che fare con quei preti oggetto delle caricature familiari (anche il padre David ha scritto terribili epigrammi nei confronti dei sacerdoti vinciani e sulla testata del letto teneva un cartello con scritto “Non voglio preti”) accettandoli magari nella sfera familiare esclusivamente a titolo di amicizia. Non sorprende la segnalazione pervenutami qualche giorno or sono da Irene Massaini che nel riordinare l’archivio della parrocchia di San Donato in Greti (nel cui territorio si trova la Dianella fuciniana con la cappella di famiglia) ha trovato in un elenco di documenti, purtroppo in parte smarriti, l’evidenza di una dichiarazione di un funzionario arcivescovile di Firenze (lo scrittore risiedeva a Empoli) sulla richiesta del parroco «per testimoniare che Renato Fucini “dette qualche segno” di penitenza prima di morire (viveva in concubinato …) e quindi per la sepoltura ecclesiastica».

Sembrerebbe una di quelle dichiarazioni «estorte», uso giustamente le virgolette, a titolo di convenienza sociale per quelle persone autorevoli che non potevano, secondo i dettami della chiesa, avere un funerale religioso, in questo caso per un matrimonio non consacrato con l’acqua santa. Come ricordano le cronache del tempo furono soprattutto le figlie Ida e Rita, la moglie Emma Roster era inferma da anni, a volere che il prete di San Donato, don Luigi Calistri, accompagnasse il padre e marito nella sua ultima dimora, anche in ragione di quanto più volte sostenuto in vita dal defunto rispetto “all’insulsa questione di prete e non prete finché vivrò farò quello che mi pare a me. Dopo morto, lascio ai congiunti di fare quello che parrà loro”. E così tutti d’accordo i familiari fecero. Magari c’è da domandarsi – grazie al salvacondotto del parroco di San Donato – cosa abbia riportato Renato Fucini degli umani affanni al “Signore Dio, tu che sé tanto immenso,/ Che non soffri di tosse e non t’inquieti/Nemmeno al puzzo del tarlato incenso/ Che ti bruciano i preti”, come scriveva nella poesia “La preghiera del mattino” preveggente del fatto che “Tu che del cielo all’estasi accogli anco i birbanti,/Purché prima di stendere (cinque minuti avanti!)/Pietosi a te rivolgono un pensiero, un accento,/Sicuri, sicurissimi dell’ottanta per cento”. Di fronte alla sozzura degli umani terresti, l’indegno figlio consiglia al Padre Eterno di “rinnovare un diluvio, potendo, universale. / Ma innanzi di far piovere, credo, sarebbe bene/ Pensare un qual genere di pioggia Ti conviene”.

Scartata l’acqua perché ormai “Vi son tanti piroscafi e gozzi, paranzelle”, i fulmini per la presenza di parafulmini, di vipere per la scoperta del contravveleno, d’acquavite perché la bevono, di animali selvaggi, tigri leoni e orsi, perché ci si fanno giubboni di pelliccia, per gli uomini scrive il Fucini “Manderei uno splendido diluvio di legnate”. Una conclusione che denota una profonda delusione per i personaggi e i costumi del suo tempo e, con l’avanzare dell’età, un’avversione minore rispetto a quel sentimento religioso, di stampo popolare, che ha raccontato in alcuni personaggi dei suoi scritti. Il Fucini più intimo e sincero si ritrova in una poesia pubblicata postuma, in cui trascrive addirittura i versi di un popolare inno alla Madonna, con una riflessione quanto mai sofferta. Si potrebbe definire una preghiera laica. Scrive (nella poesia “Ave”): “Somigliante al ronzio d’un alveare/che a sciamar si prepara/colmo di pace amara/giunge al cuor mio, col vento della sera/ il suon d’una preghiera. / Oh, fortunati voi, voi che pregate!/ Quanta pioggia di speme e di conforti/scende dal ciel! Van per l’eterna via/cinte di stelle alate/ l’ombre de’ nostri morti/ Ave Maria/ Ave, porta del Ciel, stella del mare… / Oh fortunati! … Ed io non so pregare!”.

Nel finale di poesia c’è l’amarezza di non avere il conforto della preghiera, che evocata dal suono delle campane a lui giunge con il vento della sera. Sicuramente sono le campane di San Donato in Greti. La stessa immagine si ritrova in una bellissima lettera della figlia Rita scritta dalla Villa di Mercatale al nipote andato alla Prima Guerra Mondiale, inedita, presentata due anni or sono in una serata di Vinci nel Cuore! da Francesco Bellucci in occasione della serata dedicata ai “Fucini alla Grande Guerra”. Anche Renato Fucini giunge, al pari di tutti gli esseri umani, dinanzi al mistero della morte, così come quel “birbante” della “poesia del mattino”. Con la forza del ricordo insegue le ombre degli affetti più cari che s’incamminano per quella “eterna via cinta di stelle alate”. E in questo caso non è più per lui un diluvio universale castigatorio, di acqua e di legnate, bensì una pioggia di speranza e di conforto che dal cielo scende ad accarezzare l’umana fragilità.

Nicola Baronti

Breve bibliografia: Archivio Parrocchiale San Donato in Greti; “La morte di Renato Fucini” in La Stampa del 25.02.1921; Lorenzo Righi, “L’Ave Maria del Fucini”; C.R. “La nipote di Fucini parla di nonno Renato”, in La Nazione, 09.08.1971; E. Matucci, P. Barbarori Lande “I macchiaioli di Renato Fucini” Gabinetto G.P. Vieusseux “,1985; Renato Fucini “Opere” a cura di Davide Puccini, Le lettere, 2011

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