Pensieri sulla pandemia

Rimane il pensiero che all’improvviso la nostra vita può essere sconvolta da qualcosa di inimmaginabile e che bisogna apprezzare anche le cose più semplici.

Tutto è successo all’improvviso. Sembrava un problema lontano, limitato solo alla Cina. Poi, quella che veniva descritta come una sorta di “leggera influenza” è arrivata anche in Italia. Ci sono stati i primi contagi e i primi morti, poi le zone rosse e, infine, la chiusura di tutta l’Italia.
Guardavo indietro e pensavo che solo pochi giorni prima, il 6 marzo, insieme ad altri membri di una commissione, avevo incontrato diversi studenti delle scuole superiori pistoiesi per i colloqui per un prestigioso premio. Ci avevano raccomandato di mantenere le distanze di sicurezza, ma quella sembrava l’unica precauzione da tenere.
Il film dei ricordi si riavvolge. Nei giorni precedenti a quel venerdì, ero stato in campagna per seguire la potatura degli olivi, niente faceva pensare che poi, per circa due mesi, non vi avrei più rimesso piede, perché le disposizioni del Governo non mi permettevano di spostarmi da un comune all’altro. Non ho potuto nemmeno assistere all’atteso ritorno delle rondini, che ogni anno arrivano puntuali nei primi giorni di marzo e cominciano a svolazzare festose a caccia di insetti. Le attendo sempre con un po’ di trepidazione perché temo che possano cambiare destinazione.
E ancora, sempre guardando indietro, il 24 febbraio avevo partecipato a una conferenza di un’associazione. Eravamo una sessantina di persone in una sala, tutte molto vicine. Ho saputo dopo che un medico, poi impegnato in un reparto Covid, aveva sconsigliato quell’incontro, che invece si era regolarmente svolto. Tra l’altro, uno dei presenti era tornato recentemente dalla Corea del Sud.
Nel tempo “sospeso”, dove ho avuto modo di riflettere a lungo, ho pensato che sono e siamo stati fortunati. Solo qualche giorno prima, un gruppo di una quarantina di amici si era ritrovato, come ogni anno, in un ristorante della Lucchesia: dieci di loro sono rimasti contagiati e uno ha perso la vita.

Insomma il coronavirus era davvero arrivato tra noi, che dovevamo rimanere chiusi in casa e uscire solo “per motivi di necessità” accompagnati da tanto di autocertificazione e documento. Ho scelto di uscire solo due volte al giorno per fare una passeggiata con il cane: Poldo, questo il suo nome, non avrebbe mai potuto capire perché era costretto a cambiare radicalmente le sue abitudini. Anzi era felice di condividere tante ore in più con me e mia moglie.
Intanto, le condizioni meteo sembravano voler infierire sulla nostra condizione di reclusi: mai visti prima un marzo e un aprile con giornate di pieno sole. Quando siamo tornati più liberi, il cielo è cambiato… naturalmente in peggio.
Ho imparato a gestire meglio il maggior tempo a disposizione cercando di viverlo in un modo più lento, quasi sorseggiandolo piano piano come fosse una specie di dono. Ho scoperto che c’erano tante cose rimaste in sospeso, che avrei voluto fare ma che rimandavo continuamente. Ho iniziato a mettere in ordine il mio archivio: quante carte e ritagli di articoli messi da parte alla rinfusa per anni! E poi quelle centinaia di foto relegate in un cassetto: ho cominciato a sistemarle e, sfogliandole, talvolta le ho ricollegate a ricordi di persone e di vicende lontane che avevo vissuto nei tanti anni trascorsi nella redazione di un giornale.
Non sono mancate le occasioni di impegno grazie alle nuove tecnologie. Ad esempio, i colloqui del concorso dedicato ai migliori studenti maturandi delle scuole della provincia di Pistoia – sospesi con gli incontri di persona da quel 6 marzo – sono proseguiti con Zoom, una piattaforma ormai diventata conosciutissima, e anche la cerimonia finale di premiazione, quest’anno ristretta solo ai dirigenti scolastici, è avvenuta con lo stesso sistema. Così ho potuto partecipare comodamente da casa a molte altre riunioni.
Inoltre, è diventato per me familiare l’appuntamento bisettimanale con la diretta Facebook dello scrittore e giornalista Mario Calabresi (ex-direttore de La Stampa e di Repubblica), che, grazie ai collegamenti con altri giornalisti impegnati in varie parti del mondo, ci faceva avere una documentata situazione del contagio in vari Paesi. E ogni volta chiudeva l’appuntamento con Maurizio Blatto, definito “uno spacciatore di vinili”, in realtà non solo titolare di un noto negozio a Torino, ma un coinvolgente critico musicale capace di rasserenare l’appuntamento con una canzone “speciale”.

Il tempo “sospeso” consentiva buone letture. Ho tolto dalla biblioteca alcuni libri comprati ma rimasti da leggere e ho scoperto che due di questi autori sono tra i finalisti del prossimo premio Strega. Ho letto tanto altro – il tempo c’era – cercando notizie rassicuranti nei giornali o nei social, ma spesso non facevano altro che aumentare timori e paure al pari dell’appuntamento delle 18 con i drammatici dati forniti dalla Protezione civile o le immagini delle tante bare portate via sui camion militari. Era inevitabile pensare a tutte quelle persone che se ne andavano senza ricevere l’ultimo abbraccio dei propri cari. Un’immensa tristezza.
Così, ho deciso di dare vita ad una newsletter – non a caso intitolata “Le parole della domenica al tempo del virus” – che, una volta alla settimana, raccoglie (continua ancora oggi anche se il virus sembra affievolito) pensieri presi un po’ qua e là sui giornali e nei social che facciano riflettere su questa nostra nuova condizione di persone alle prese con il Covid-19. L’intento è di trovare parole che diano messaggi di fiducia e di speranza.
Poi, non contento, ho aggiunto una diretta Facebook – sempre settimanale – chiamata il “Salotto del sabato”, dove vari personaggi, che avevano fatto della libertà di viaggiare una loro ragione di vita e di lavoro, hanno raccontato come sono stati costretti a cambiare le abitudini a causa del lockdown. Il “salotto” ha ospitato un fotografo famoso per i suoi viaggi di esploratore in luoghi bellissimi e lontani, un’artista impegnata in progetti a favore della pace e contro le violenze sulle donne, un sindaco alle prese con una città in piena crisi economica per il Covid, tre esperti di turismo, settore messo in ginocchio dal virus, e, infine, un primario di un reparto di rianimazione che ha raccontato i tre mesi più difficili della sua lunga carriera professionale.
«A gestire le sofferenze – ha detto il dottor Leandro Barontini dell’ospedale S. Jacopo di Pistoia – e a comunicare i decessi o improvvise perdite non ci si abitua mai, anche dopo 30 anni di lavoro in una rianimazione. Nessuno di noi era preparato ad affrontare una battaglia come quella contro il coronavirus. Siamo stati chiamati eroi, ma in realtà portavamo a casa i segni del vostro e del nostro dolore sul viso e nel cuore».

Ora che la tempesta sembra superata, almeno con la violenza e la tragicità dei primi tempi, cosa ha lasciato in me? Rimane il pensiero che all’improvviso la nostra vita può essere sconvolta da qualcosa di inimmaginabile e che bisogna saper apprezzare anche le cose più semplici che talvolta possono apparire scontate. Ma soprattutto penso di fare tesoro di alcuni consigli che ci hanno dato per evitare che ci possa essere una nuova emergenza. Ritengo che quello che facciamo per prudenza non vale solo per la nostra sicurezza, ma serve alla salute di tutti.

Mauro Lubrani
Premio speciale ‘Vinci nel Cuore’ per la comunicazione 2017
16 giugno 2020

Leggi tutta la serie de “Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani”

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