Incroci di anime

Sara Bessi narra la “sua” quarantena attraverso tre racconti, uno per ogni mese toccato duramente dall’emergenza coronavirus.

Un pensiero per ogni mese dell’emergenza coronavirus.
Per me scrivere è stata una forma di evasione dal susseguirsi di giornate intense di lavoro, che hanno richiesto una professionalità unita sempre alla umanità, una voce schietta e misurata senza cedere ad allarmismi fuorvianti oppure a minimizzazioni urlate altrettanto rischiose. Un piccolo rifugio alla Decameron da una cronaca spesso impietosa di vite spezzate, vite stravolte da un evento di portata epocale.
Abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo ogni giorno per raccontare al meglio le cronache delle nostre città. Un cuore spesso appesantito da quei numeri giornalieri che parlavano di uomini e donne portati via con le loro storie, le loro esistenze, i loro affetti, senza neppure la consolazione di avere vicini i propri cari. Ci siamo appellati con più forza alle regole di un mestiere per evitare di cadere nelle logiche dello storytelling, tenendo presente il senso di responsabilità verso chi ci legge. E mai come in questo anno, il messaggio di papa Francesco in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali è potuto essere bussola per muoversi nel nostro lavoro: “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria (Esodo 10,2). La vita si fa storia“. Parole che nei mesi della pandemia sono risultate utili per muoversi in una narrazione dell’Uomo, colto nella sua estrema fragilità, per raccontare la vita che si fa storia.

12 marzo 2020
Il vialetto degli incroci di anime è avvolto in un silenzio surreale, che amplifica ancora di più i pensieri. Fa da tasto rewind nella memoria e fa emergere con forza volti, sentimenti e valori che diventano àncore in un momento di fragilità mai vissuta prima, ma solo intuita in tanti racconti. No, non è come gli anni dell’Austerity, quando per il risparmio energetico le macchine non potevano circolare di domenica. La sospensione dei rumori, della vita cittadina che scorre, oggi ha un sapore diverso. Le domeniche di quei primi anni Settanta, per chi era ancora piccolo, erano gioia, divertimento. Il nastro di asfalto non aveva limiti: diventava una prateria dove scorrazzare senza timori di essere investiti. Un’Austerity che fece togliere a tanti di noi le ruotine ed imparare finalmente a pedalare sulle biciclette senza paura di cadere a terra. Domeniche che sapevano di libertà per chi non aveva l’età per capire quale fosse il reale problema al di là di quelle strade vuote. Il rumore dei pattini a rotelle, le ruote consumate dall’asfalto sconnesso, i ruzzoloni a terra, le risate. Oggi non è così. Il nastro del vialetto si riavvolge ancora più indietro sulla linea del tempo. Fermata: Kiev, anno XXI dell’era fascista. Le lettere del nonno da quel campo di battaglia: il freddo, la mancanza di cibo, il poco dormire. La guerra, il nemico e la solidarietà di quel popolo pronto a dividere e condividere il poco cibo che aveva con i militari italiani. Solidarietà, umanità, vicinanza. Le uniche notizie erano appese ad una lettera che dopo essere passata dalle mani della censura, poteva finalmente giungere in quelle della mia nonna. Muoviamoci al tempo del Coronavirus riappropriandoci dei valori di allora con i mezzi di oggi, che ci fanno essere connessi in men che non si dica con l’altra parte del mondo. E per un po’ rientriamo in noi stessi: affacciati alla finestra custodiamoci con l’occhio che va oltre la siepe e attendiamo che il vialetto si ripopoli sotto i tiepidi raggi di un sole primaverile. Si spera.

3 aprile 2020
Del vialetto di incroci di anime non si vede né l’inizio né la fine. Lo sguardo abbraccia il tratto che si estende fra i due punti spaziali. Nei giorni della quarantena forzata, lo spazio si trasforma in tempo: l’inizio e la fine del percorso pedonale ora sono come il prima e il dopo. E in quella grigia striscia d’asfalto ingentilita da una aiuola verde punteggiata da alberelli dalle rare fronde c’è il durante. È il qui e ora fatto di assenze, di pieni e di vuoti, di attese, di speranze e di delusioni. Nel durante cadono le impalcature delle finzioni e le luci a energia solare di notte fanno una luce calda che attutisce il dolore per le scoperte spiacevoli, che costringono ad aprire gli occhi e prendere atto di avere ragione. Nel durante si scoprono con meraviglia il semplice ‘ciao come stai’ da chi mai avresti pensato o con tristezza il trasformismo di chi da tanto si professa vicino. Il durante è uno specchio in cui cercare riflessi coloro che sono a fianco nel cammino e vogliono attraversare insieme questa spera per raggiungere il dopo e proseguire rafforzati. Ci sono immagini a tinte forti e decise, ci sono quelle a tinte sbiadite per paura di essere troppo coinvolte nella vita dell’altro e di sentire. Sentire, non con l’udito, ma con il cuore che ha ritmi fatti di tenerezza, piccole attenzioni e cura dell’altro. I care ancora di più.

7 maggio 2020, 3.19 di notte
La Luna ha bussato alla finestra e mi ha costretta ad alzarmi da letto per vedere riflessa sul pavimento la mia ombra. Sul vialetto di incroci di anime si vede come fosse giorno: solo il gracidare di rane poco distante e proiettate le figure di coloro che agiscono nel buio nelle varie circostanze della vita. Ma sono effimere e svaniscono mentre la Terra continua il suo giro e la Luna completa la sua orbita. L’epidemia e la Luna rendono più crudi il silenzio, la solitudine e la distanza.

Sara Bessi, giornalista de La Nazione
Cronista Toscana 2014
2 giugno 2020

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