Quando ancora i bambini nascevano a Vinci

Nel Giorno di Leonardo, un vecchio articolo – bellissimo – di Ilaria Morelli su quando ancora i bambini nascevano a Vinci, come il Genio.

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Oggi nascerebbe un personaggio che si possa definire “da Vinci”, ovvero nato e proveniente da Vinci, così come accadde al grande Leonardo esattamente 568 anni or sono? La risposta è negativa, i bambini nascono ormai nei reparti ospedalieri, che a Vinci non ci sono da anni. Salvo le eccezioni. La cronaca locale del quotidiano La Nazione, per esempio, ha riportato la notizia della nascita di un bambino in casa, a Sovigliana, lo scorso primo giorno di primavera, nel pieno dell’emergenza Covid, non avendo  il servizio del 118 fatto a tempo ad arrivare. L’evento veniva segnalato dalla giornalista come un segno di speranza, una vita che nasce, nel mezzo di uno dei periodi più tristi degli ultimi decenni della storia italiana. Or bene quel bambino, nato il 21 marzo, il giorno dei “poeti”, avrà il pregio di poter annotare nella carta d’identità “nato a Vinci”. È quindi per provenienza un nuovo “da Vinci”. La notizia ci ha riportato alla mente un articolo scritto nel 2016 da una storica e archivista di Vinci, Ilaria Morelli, che con piacere riproponiamo nel giorno in cui si festeggia la nascita del Grande Vinciano.

Nel percorso di ricerca dei cittadini vinciaresi, è sorta tra di noi una domanda: quanti ancora possono, a giusto titolo, carta d’identità alla mano, definirsi fieramente nati, come Leonardo, in quel di Vinci? Ben pochi, da quando, nel lontano dicembre 1979, la Clinica Leonardo chiuse il reparto di ostetricia optando per nuove branche d’indirizzo medico-chirurgico. La Clinica era nata nel 1963 con l’intento di dare alla Comunità di Vinci il “suo” ospedale e non sarebbe potuto mancare quindi, in pieno boom demografico, il reparto dedicato alle nascite dei futuri cittadini vinciaresi (il primo nato risale al 1° marzo di quell’anno); la salvaguardia della salute dell’infanzia, infatti, era sempre al centro dell’attenzione del suo fondatore, il dott. Marianelli, la cui prima specializzazione era stata proprio in pediatria. A capo del reparto era il dott. Mitola, medico ostetrico, assistito dalle ostetriche che si occupavano giorno e notte della cura delle pazienti. Il principale interesse del gruppo di lavoro era riuscire a fornire alla popolazione una “casa” dove poter partorire in tutta sicurezza: così era sentita dalle stesse ostetriche della zona che portavano le loro pazienti in Clinica per trovare mani esperte e medici preparati in grado di coadiuvarle nel difficile momento del travaglio; così si sentiva la stessa struttura che, non a caso, proprio come si fa a “casa”, per ogni nascituro attaccava il fiocco, rosa o celeste, alla porta d’ingresso. Nel periodo d’oro di fiocchi ne venivano messi dai 450 ai 500 all’anno ed i bambini non erano solo quelli di Vinci: venivano da Empoli, Cerreto Guidi, Capraia e Limite, Montelupo, sino ad arrivare da Certaldo e Castelfiorentino, dove il dott. Mitola aveva i suoi studi medici. 

L’attenzione per il difficile momento della nascita, ha origini lontane: fu Ferdinando III, passata la parentesi napoleonica, a riorganizzare la Deputazione degli Ospedali e Luoghi Pii del Granducato erigendo, tra i vari ospedali, l’Ospizio della Maternità, annesso all’Ospedale degli Innocenti di Firenze, per l’assistenza alle partorienti bisognose e per la formazione professionale di brave ostetriche; allo stesso periodo (circolare del 4 gennaio 1816) risale l’introduzione dell’obbligo, da parte di ogni comune, di mantenere a turno, per diciotto mesi, in detto Ospizio, una donna, di età compresa tra i venti e i trent’anni, che sapesse almeno leggere benissimo, perché fosse istruita da un professore d’ostetricia nella teoria e nella pratica. Già a partire dal 1827 la Comunità di Vinci si dotò di un’ostetrica condotta (il 18 dicembre venne eletta Maria Rosa Cicali), anche se, leggendo le carte, è possibile rilevare quanto il mestiere fosse poco apprezzato dagli amministratori. Eugenia Colombi, ad esempio, vincitrice del concorso del 1858, ma costretta, il 30 ottobre 1860, a dare le dimissioni per mancanza di sussidi, così è descritta nell’esercizio del suo ingrato lavoro “essendo già scorsi circa 15 mesi da che ha l’onore di esercitare la sua professione in detta Comune, con piena soddisfazione del pubblico, conforme lo dimostrano le gravi operazioni che ha condotto a buon effetto, mercé l’aiuto Divino, e le assidue cure da lei prestate alle partorienti di detta Comunità, senza riguardo al detrimento che cagionava alla propria salute, stante le gite disastrosissime che le convien fare tanto di giorno come di notte, e specialmente nell’inverno in tempi stranissimi, dovendo quasi sempre percorrere strade cattivissime e quasi impraticabili, lo che è causa che a dirlo in una parola, la meschinissima mercede che da molte famiglie le vien retribuita in compenso delle gravi fatiche da lei prestate alle partorienti di dette famiglie, non supplisce nemmeno ai laceri delle scarpe [..]“.

Ma la storia più toccante, forse, è quella della prima alunna inviata dalla Comunità alla scuola di ostetricia dell’Ospizio di Maternità di Firenze. Maria Enrichetta, figlia dell’ex medico chirurgo condotto del Comune di Vinci Francesco Dami e moglie del chirurgo condotto Antonio Sedoni (Il Dami, chirurgo di Vinci dal novembre 1816, aveva rinunciato alla condotta a favore del genero il 7 ottobre del 1836), si presentò, il 2 novembre 1836, al concorso per l’ammissione alla scuola, assieme a Bellocci nei Gambacciani Maria Anna Teresa del popolo di S. Maria a Spicchio e Ferroni nei Fabbrizzi Riccarda del popolo di S. Croce a Vinci, vincendolo facilmente: la Bellocci era analfabeta  e la Fabbrizzi sapeva soltanto leggere, mentre lei si distinse nel leggere e nello scrivere. Il 14 marzo 1838, l’Ill.mo e Regio Spedale dell’Innocenti di Firenze redasse il seguente certificato: “Enrica Sedoni moglie di Antonio che ha terminati i suoi studi ostetrici in questo Ospizio di Maternità, dove si è trattenuta a carico della Comunità di Vinci, oggi è partita dal detto Ospizio per tornarsene presso la sua famiglia [..] avendo ottenuta opportuna Matricola di Levatrice, in sequela dell’Esame sostenuto dalla medesima davanti l’I. e R. Collegio Medico“. Subito, nel Settembre di quell’anno, Enrichetta si premurò di inviare al Magistrato di Vinci l’istanza perché fosse istituito il posto di levatrice, ma le sue speranze durarono poco: alle due del pomeriggio del 12 febbraio 1839, all’età di appena di 26 anni, Enrichetta morì, probabilmente di parto, visto che la figlia Adele nacque proprio in quell’anno; non gli fu possibile vedere il figlio Alfonso, che chiamò la figlia col nome della madre, prendere il posto del padre alla condotta chirurgica di Vinci  (Antonio vi rinunciò, a favore del figlio, nel 1863). Credo che sarebbe bello poter pensare ad Enrichetta come alla figura simbolo delle intraprendenti madri “vinciaresi”.

Per quanto mi riguarda, per concludere il cerchio, mi rivedo ancora bambina, nelle mie visite alla nursery della Clinica Leonardo, in punta di piedi, con il naso appiccicato al lungo vetro che mi separava dalle piccole culle ed è ancora vivo il mio dispiacere quando, al suo posto, trovai un nuovo ambulatorio… ma così vanno i tempi. Resta, per chi ancora può vantarlo, il fiero vanto di affermare, a chi, anche all’estero, ti domanda dove sei nato:  a Vinci, la città di Leonardo! certo che l’interpellante saprà comprendere la tua risposta.


Ilaria Morelli, 2016

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