Vinci, com’era descritta nel XIX secolo

Storia minima del nostro territorio. Ce la racconta Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana”.

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Fra il 1833 e il 1846 Emanuele Repetti lavorò e pubblicò il “Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana”, un’opera accurata nella quale collezionò tutti i termini toponomastici, la loro origine etimologica, il loro utilizzo.
Il Dizionario è stato oggetto di una vera e propria ristrutturazione informatizzata da parte del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università degli Studi di Siena, che nel 2004 ha messo in rete l’intera opera, a disposizione di ricercatori e curiosi.

Ovviamente c’è anche Vinci, e la voce dedicata è divisa in due parti: la prima ne racconta la storia, la seconda ne spiega la geografia. Ci sono anche dei dati demografici che risalgono al XIX secolo, suddivisi per frazione.

La storia del Castello e dei territori circostanti è fatta di compravendite, cessioni e riconquiste più o meno violente. Repetti parte da un’iscrizione risalente al 6 maggio 1255, che indica una cessione da parte del conte Guido Guerra di alcune porzioni di Empoli a Firenze. Nel lotto erano compresi anche il Castello di Vinci, la chiesa di S. Croce, lo “spedale” di S. Albano, la chiesa di Anchianoe diversi coloni di Vinci“.
Il 23 agosto 1273 passano a Firenze altre porzioni, quali Cerreto Guidi, Collegonzi, Musignano, Greti, Colle di Pietra e Petriolo. È da quell’epoca che Vinci viene incorporata nel contado fiorentino e assume l’appellativo di Fiorentino, per distinguerlo “da un altro luogo chiamato Castello del Vincio Pitojese […] ch’è situato al di là dell’Ombrone […] sebbene entrambi sotto la stessa diocesi, e signoreggiati ambedue dai Conti Guidi“.
All’inizio del XIV secolo Vinci viene conquistata da Uguccione della Faggiuola, che verso la metà del 1400 perde Pisa e Lucca, dando il via libera alle truppe fiorentine di marciare verso est. Gli abitanti del Castello accettarono di buon grado i liberatori del capoluogo e gli aprirono le porte, cacciando Uguccione.
Più tardi, Vinci rimase contesa fra pisani e fiorentini: fra le battaglie più cruente, Repetti cita quella del 1364 in cui i vinciani “con tuttoché fossero trovati a letto, la resistenza loro fu si feroce, che prese le armi, si difesero valorosamente, e assai degl’Inglesi fuorono morti e molti più feriti senza altro acquistare che onta e vergogna“. Gli “Inglesi” fuoro assoldati dai pisani per conquistare – poi invano – il Castello.

Repetti non cita altre battaglie fino al 1538, anno in cui i soldati spagnoli si ammutinarono perché non venivano pagati e si diressero di conseguenza a Cerreto Guidi per saccheggiarla. Così, il captano Giovanni da Vinci riuscì a dissuaderli e addirittura a farli uscire dal territorio di quello che poi divenne il Granducato di Toscana.

Nella storia di Vinci, Repetti non si esenta ovviamente dal citare il personaggio più illustre: “Nel desiderio di visitare l’abitazione dov’è fame che nascesse quel grand’uomo, mi sono recato a Vinci e segnatamente nella tenuta Masetti del Ferrale una di quelle case coloniche, nel podere di Anchiano, egli venisse alla luce, comecchè Leonardo essendo nato illegittimo da una donna di servizio, lascia in dubbio, se in quella casa abitasse allora la madre, o la famiglia del padre di Leonardo, nel tempo cioè in cui viveva la sua prima moglie“.

La geografia e i dati del territorio
Quando Repetti scrive, Vinci è estesa per 15300 quadrati (circa 52 km²), misura del tempo che non si discosta tanto dall’estensione attuale (54,19 km²). Di questi 15300 quadrati, 532 (circa 2 km²) erano “presi da corsi d’acqua e da pubbliche strade“.
Nel 1833 la popolazione è di 4979 “individui“, con una densità di 269 abitanti ogni miglio quadrato (adesso siamo 269 ogni chilometro quadrato, quindi un po’ di più, visto che un chilometro è minore di un miglio).
Allora i confini erano con le “comunità” di Carmignano e Tizzana, “acquapendenti nella Valle dell’Ombrone pistojese“; con “il territorio comunitativo di Lamporecchio“; fino ad arrivare “A quella punta – l’Apparita – [dove] sottentra la comunità di Cerreto Guidi“, confinante con Vinci per tutto il torrente Streda, fino allo sfociare nell’Arno. “Il corso retrogrado di cotesto fiume serve di confine alla Comunità di Empoli con la nostra, da primo dirimpetto a ostro libeccio fino passato il Villaggio di Sovigliana, poscia di fronte a scirocco attraversando il paese di Spicchio fino alle sue Grotte, dove s’incontra dirimpetto a levante con il territorio comunitativo di Capraja. Con quest’ultimo lascia fuori l’Arno per salire nella direzione di settentrione sul Monte Albano […] dove ritrovasi sul crine del Monte Albano il territorio della Comunità di Carmignano“.

Quando Repetti scriveva esistevano già Petrojo, Sovigliana e Spicchio, che erano collegate al capoluogo tramite strade “comodamente rotabili“.
Repetti si occupa anche di catalogare il territorio vinciano a livello geologico, specificando che il suolo “può ridursi a tre qualità di rocce. La parte superiore al castello di Vinci ed al suo livello fino alla sommità del Monte Albano spetta al macigno; la parte inferiore al castello suddetto, a partire di sotto all’oratorio della SS. Annunziata fino all’Arno, spetta ad un terreno terziario superiore profondamente coperto da terra sciolta vegetale, mentre la porzione centrale, circa 600 braccia sopra e sotto il castello di Vinci, consiste in banchi di grossi ciottoli di macigno coperti di terra vegetale, i quali riposano su degli strati di un macigno schistoso e galestrino“.
Nella voce dedicata a Vinci c’è spazio anche per la descrizione del clima, che “in grazia della sua posizione difesa dal Monte Albano é temperato“, e per l’economia che reggeva la Comunità in quell’epoca: “Poche sono le industrie artistiche, tostoché i coloni ritraggono la loro sussistenza dai feraci poderi e dai lavori continui che vi ordinano i loro padroni. I così detti pigionali vivono delle opere di campagna, e dalle trecce da cappelli di paglia, che in quella pianura si raccoglie; ma i lavori più grandiosi spettano al signore del Ferrale e di Anchiano che ogni giorno procura di aumentarli a vantaggio del paese, a decoro e utile della sua fattoria che può dirsi un modello di agricoltura“.


Christian Santini

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