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Nella settimana in cui si celebra il centosessantesimo dell’Unità d’Italia, Tamara Morelli ci parla di Giannetto, modello educativo del tempo.

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Certamente avere l’opportunità di conoscere in maniera diretta gli ideali che animavano l’Italia del Risorgimento ha rappresentato per me una felice occasione per approfondire le mie conoscenze storiche.
Devo questo alla gentilezza dell’avvocato Nicola Baronti che mi ha proposto di leggere “Giannetto”, manuale per la scuola elementare del 1875, posseduto dalla sua vecchia antenata Carolina Mazzantini, di idee socialiste e ammiratrice di Garibaldi.
La combattiva e determinata Carolina, in quanto maestra del Comune di Vinci si fece paladina dell’educazione dei giovani delle classi più umili, usando per la sua attività proprio quel libro che io ho sfogliato con curiosità.

La prima edizione di “Giannetto”, uscita nel 1835, fu premiata l’anno successivo dal Comitato del Metodo della Società fiorentina, perché si trattava di un buon libro utile all’educazione popolare, in grado di far apprendere agli alunni in modo semplice e naturale le norme morali che scaturivano dai fatti e dalle esperienze.
L’Ottocento fu ricco di filantropi, pedagogisti e scrittori per l’infanzia che credevano fermamente nell’educazione morale e civile dei giovani e nell’importanza della scuola per formare il buon cittadino. A proposito si ricordano, oltre a “Giannetto” del pedagogista e direttore scolastico Luigi Alessandro Paravicini, “Pinocchio” di Carlo Lorenzini detto ‘Collodi’ e il “Libro Cuore” di Edmondo De Amicis. Numerose furono le edizioni che seguirono al primo “Giannetto”, così da rendere estesa la sua diffusione e notorietà in tutta Italia. L’edizione da me visionata è quella del 1875, dove l’autore apre il libro con gli Avvertimenti “ai consigli provinciali scolastici, ai maestri, alle maestre, ai direttori delle scuole elementari e alle madri che intendono alla istruzione educativa de’ figliuoli”, perché lo scopo del “Giannetto” è offrire aiuto nella difficile impresa di istruire e imprimere nei ragazzi “i doveri verso Dio, sé medesimi, i congiunti e la Patria”.
Quei doveri erano molto sentiti all’epoca in cui era nata l’Italia Unita , cioè nel 1861, e già Manzoni era stato un convinto sostenitore dell’indipendenza del popolo che trovava la sua unità nella lingua, nella patria e nel sentimento religioso. Il maestro sagace, afferma il Paravicini, è colui che sa cogliere ogni opportunità per evocare la memoria storica di quegli uomini magnanimi che hanno redento l’Italia dall’oppressione, trasmettendo agli studenti l’amor di patria. Paravicini, anche se usa uno stile arcaico e retorico, lontano dal nostro modo di comunicare, negli Avvertimenti ci presenta un nuovo metodo d’insegnamento condivisibile, che prende avvio dall’esperienza concreta per giungere al non conosciuto. Il nuovo metodo evita il falso apprendimento e lascia “nelle botteghe dei ferrivecchi qualunque esercizio pappagallesco”, quindi rifiuta un modo d’apprendere meccanico e mnemonico. Dice ancora, rivolgendosi ai maestri, che le materie scolastiche servono allo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali del giovane e inoltre il nuovo metodo non consiste solo nell’insegnare a leggere, scrivere e far di conto, ma nell’ aiutarlo a divenire “sveglio d’ingegno e dabbene”.

Nel “Giannetto” grande rilievo ha la morale, infatti l’autore è convinto che “sulle panche della scuola si devono apparecchiare i cittadini” ed è compito dei maestri “mettere negli animi della gioventù le radici dei doveri cittadini… e come il Paese e le agiatezze di tutti prosperano solo con l’ordine pubblico, col lavoro delle menti istruite, colle virtù domestiche e pubbliche”. Un obiettivo importante da raggiungere, in sintonia con le misure legislative attuate dai nuovi governanti, è quello di aiutare gli studenti, ma pure i maestri, a parlare correttamente la lingua italiana per avvicinarsi al toscano e superare i dialetti.
Già Manzoni si era posto il problema della lingua quando era venuto a Firenze a “risciacquare i panni in Arno” per la stesura dell’ultima edizione de I Promessi Sposi.
Dopo l’Unità d’ Italia, il governo dovette affrontare una serie di problemi che affliggevano il nostro Paese, da secoli diviso in tanti stati in lotta tra loro. Tra questi, l’analfabetismo era particolarmente grave: raggiungeva il 78% e anche punte più alte nel Sud. Lo stesso re Vittorio Emanuele II aveva poca confidenza con la lingua italiana e si esprimeva in piemontese o in francese, come pure coloro che erano istruiti parlavano il dialetto. Prima il Governo di destra con la legge Casati e poi quello di sinistra con la legge Coppino cercarono di porre rimedio a questa piaga sociale rendendo obbligatoria e gratuita la scuola elementare dai 6 ai 9 anni per tutti i bambini. La legge Coppino del 1877 introduceva pene severe per i genitori che non mandavano i figli a scuola, tuttavia l’evasione scolastica continuò ad essere alta soprattutto nelle campagne, poiché i figli venivano impiegati nei lavori dei campi, a causa della misere condizioni di vita delle famiglie. Carlo Lorenzini, autore di “Pinocchio”, nel 1884 scrisse un coraggioso e pungente articolo rivolto al governo sulla Legge Coppino: “Avete fatto la legge per mandare i bambini a scuola, avete illuso gli italiani di poter attingere a un’istruzione obbligatoria e gratuita e poi lasciate che questi figlioli invece di andare a scuola vadano a lavorare perché costretti dalla miseria. La gente muore di fame e voi pensate che possa andare tranquillamente a scuola. Quello che state facendo è demagogia: una doppia tortura, vi siete salvati l’anima ma non avete risolto la questione di fondo: ci vogliono pane e libri”.

“Giannetto” rappresenta un importante documento storico dell’epoca risorgimentale da cui possiamo ben comprendere i valori sociali, morali e religiosi dopo la metà dell’ottocento in Italia. Ma perché questo titolo, qualcuno potrebbe chiedersi. Giannetto, ragazzino di umili origini, è il protagonista del manuale, scandito in giornate e in lezioni, che accompagna i suoi coetanei attraverso la conoscenza delle varie materie e la lettura di brevi racconti di esperienze di vita, che trasmettono spesso un messaggio morale. Il manuale si pone a metà tra un’antologia che raccoglie numerose letture e un sussidiario, dove sono esposte nozioni di storia, geografia, scienze , igiene e agricoltura. Non potevano mancare le regole ortografiche e l’uso degli accenti, proprio per avvicinare tutti, studenti e maestri, alla lingua di Dante. Solo in tal modo l’autore sperava di unire veramente tutti gli italiani, a conferma del detto di Massimo d’Azeglio “fatta l’Italia (anche se ancora erano assenti Veneto e Roma, nda) si devono fare gli Italiani”. Paravicini da sensibile pedagogista aveva saputo coniugare “due divine sorelle: l’educazione dell’intelletto e quella dell’animo”, oggigiorno conosciute come area cognitiva e area affettiva, quest’ultima da curare maggiormente poiché le relazioni umane determinano l’apprendimento in modo significativo. Il libro è composto da tre volumi, nel terzo grande rilievo ha la storia d’Italia, ripercorsa dall’età antica a quella contemporanea. Definita “terra delle meraviglie” nel capitolo “Pregi e glorie d’Italia”, Giannetto dimostra gratitudine verso i grandi uomini che hanno contribuito a farla forte e bella; Roma, divenuta capitale nel 1871, è considerata “signora e metropoli del mondo cattolico”. Il più grande pittore a suo giudizio era Raffaello Sanzio, mentre Leonardo è annoverato tra gli artisti del così detto “secolo d’oro”. Giannetto, da fanciullo di umili condizioni sociali, attraverso l’istruzione e la buona volontà riuscirà a farsi una posizione lavorativa gratificante e cosi, a conclusione del manuale, lo troviamo felice tra gli applausi di tanta gente soddisfatta per i “premi di virtù” da lui stesso istituiti a dimostrazione che l’adempimento dei propri doveri è sempre fonte di pace e benessere.


Tamara Morelli

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