Essere Spicchiesi

Bagno in Arno. Foto: Paolo Santini

Un vecchio articolo di Paolo Santini, che quattro anni fa parlò con alcuni Spicchiesi e ricevette le risposte che potete leggere.

Bagno in Arno. Foto di proprietà di Paolo Santini

tempo di lettura: 3 minuti

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti“.

Mentre meditavo sulla domanda da fare, in realtà era su questo che rimuginavo incessantemente, su quelle poche straordinarie parole di Cesare Pavese che riecheggiavano nella mia mente da tempo; poi la decisione: cosa significa essere Spicchiese? È questa la domanda posta così, a bruciapelo e un po’ per gioco, a una persona che a Spicchio è nata e cresciuta; uno spicchiese di quelli veri, peraltro molto giovane, che di sicuro non ha imparato a nuotare in Arno, ma rappresenta tutti proprio perché riunisce nel suo sentirsi parte integrante di un paese la sensibilità di ognuno, spicchiesi da sempre e spicchiesi d’adozione. E lo fa tramandando i racconti dei nonni, le esperienze dei padri, vivendo il presente consapevole del passato:  “Essere Spicchiesi – puntualizza subito – vuol dire sentire il dovere di continuare a raccontarle quelle storie, a volte stupide, e simili sicuramente a quelle di tanti altri piccoli paesi, ma uniche perché nostre per diritto di sangue. Essere Spicchiesi vuol dire trovarsi ogni anno a celebrare la vita a tavola, cibo e vino per raccontare tra le risa di tutti sempre le solite storie che ogni vero spicchiese non si stancherebbe mai di ascoltare“. Le storie di un paese, per ognuno un patrimonio culturale, Memoria e coscienza.

Bagno in Arno. Foto: Paolo Santini
Bagno in Arno. Foto di proprietà di Paolo Santini

Spicchiesi lo si era per forza perché si nasceva in casa, o sul Cavallotto o in via Giusti, dove si viveva in comunità come oggi non è immaginabile, dove non esistevano segreti e il concetto di famiglia allargata aveva un significato forse ancora più ampio di quello che siamo abituati ad attribuirgli oggi. Famiglie di navicellai che dedicavano ogni fatica all’Arno, luogo di tutti e vissuto da tutti. In Arno le donne scendevano a lavare i panni e a fare il bagno ai bambini, bambini ai quali intorno ai quattro anni, con una camera d’aria da bicicletta intrecciata intorno al torso, si insegnava a nuotare. Finché l’uomo non ha impedito all’Arno di portare acqua pulita non c’è stato Spicchiese che non abbia imparato a nuotare così“.
E si diventava spicchiesi attraversando l’Arno a nuoto riuscendo a tornare alla sponda di partenza. Basterebbero queste poche righe per rispondere alla domanda iniziale, ma poi viene fuori il carattere degli spicchiesi, e allora la musica cambia.
Gente d’acqua dolce, gente quasi di porto, ospitali ma orgogliosi della propria identità, un’identità che ha sempre impedito agli Spicchiesi di non sentirsi nient’altro che tali; Vinci lontana, Empoli vicina ma dominata da altro campanile. Spicchio stretta fra campagna e acqua, comunque forse più abituata al Volo del Ciuco che non a quello di Cecco Santi. Spicchio costretto ad un matrimonio di interesse con Sovigliana, moglie mai amata che ha sempre ricambiato con la stessa indifferenza“.
Spicchio maschile e femminile, attraverso i ricordi che affiorano e sono il patrimonio di tutti, cultura diffusa di un popolo. “Essere Spicchiesi, nei ricordi che risalgono ormai al Novecento, voleva dire far veglia la sera sul Cavallotto e finire per fare notte fonda, tenere duro nonostante il sonno per non andare via prima degli  altri perché era chiaro, come uno lasciava il gruppo si iniziava a parlare di sua moglie o della sorella“.

Bagno in Arno. Foto: Paolo Santini
Bagno in Arno. Foto di proprietà di Paolo Santini

E oggi, essere Spicchiesi cosa vuol dire? “Essere Spicchiesi oggi vuol dire ancora sentirsi parte di qualcosa di raro e antico, provare un sentimento di appartenenza autentico che ci fa imbestialire quando ci fanno sparire dai cartelli stradali e dalle cartine, quando spiegando dove vivi ad uno che viene da fuori ti dice “Ah, stai a Sovigliana…“. Continueremo sempre a rispondere, forse in modo un po’ infantile ma deciso: “No, io sto a Spicchio“, iniziando a considerare il nostro interlocutore, da lì e per sempre, un emerito imbecille“. Damnatio, per sempre. Un paese ci vuole, aveva proprio ragione Cesare Pavese.


Paolo Santini
Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Orizzonti nel 2016

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