Il carnevale contadino: dal “lume alla vigna” al “berlingaccio”

Storie e tradizioni popolari per capire meglio perché accadono certe cose a carnevale, con un significato che va oltre maschere e scherzi.

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Siamo ormai agli sgoccioli del tempo di Carnevale. Il prossimo giovedì è Berlingaccio, ovvero il cosiddetto Giovedì Grasso, festa che ricorda vecchi rituali e cerimonie, ma soprattutto grandi abbuffate mangerecce prima di affrontare i digiuni della Quaresima. “A Berlingaccio, chi ‘un ha ciccia ammazzi il gatto”, un tempo si diceva in modo proverbiale.

Il passato Novecento ha determinato il successo del carnevale dei grandi carri allegorici (Viareggio) o dei corsi di gruppi mascherati (Santa Croce sull’Arno) che anche da noi, negli ultimi decenni, hanno trovato in Vitolini e Spicchio-Sovigliana dei simpatici emulatori. 

Chi ricorda però il carnevale contadino, fatto magari di poche cose e usanze, dai significati spesso arcaici e profondi? Eppure sopravvive ancora in riti, dolci e usanze delle quali spesso non avvertiamo più l’antico significato. In questo vecchio articolo dedicato a Vinci e al Montalbano si cerca di fare un primo riassunto sugli usi contadini al tempo di Carnevale.

Il “lume al grano” è un’antica usanza del tempo di Carnevale che risale al mondo pagano. Si è tramandata per millenni fino ai nostri giorni per scongiurare uno dei maggiori malanni per la civiltà contadina, la malattia del grano, detta carbonchio. Nell’ultima sera di carnevale, soprattutto nelle campagne intorno a Firenze, era d’uso che i contadini scendessero con delle torce in mano nei campi seminati con il grano,  mettendo in scena un vero e proprio rito agrario antichissimo. Tale usanza era accompagnata da una cantilena, una preghiera: “Grano, grano, non carbonchiare / ‘ll’è l’ultima di carnevale. / Tanto al piano che al poggio / una spiga ne faccia un moggio”, la cui origine e storia si perdono nel corso dei tempi. “Siamo in presenza di un umanesimo popolare (vogliamo chiamarlo così), che vede l’uomo cercare affannosamente di prevedere, prevenire, curare perché tutto si può evitare e, in definitiva, l’uomo è responsabile degli eventi essenziali della vita”. (Alessandro Fornai, In parole povere, 2008, pag. 72). 

Nelle nostre terre del Montalbano, seppure confinanti ai territori fiorentini e del Chianti Classico, non v’è traccia di tale tradizione. Tuttavia, sentiti i vecchi contadini (di Vinci, Apparita e Lamporecchio), viene ricordata un’altra usanza, molto simile, il “lume alla vigna”. L’evento non s’inserisce nella storia e ciclo del grano, bensì in quello della vite, cultura tipica del nostro territorio. I vecchi ricordano ancora di fuochi accesi ai bordi delle vigne e di camminate con torce in mano per le prode, cantando stornelli e filastrocche. La più frequente: “Uva uva fammi il tralcio ti fo il lume per Berlingaccio”. Il senso del rito è praticamente lo stesso. In questo periodo la pianta della vite subiva la potatura invernale. I contadini iniziavano a preparare le fascine dei salci con i quali legare i nuovi ributti. Gli alberi di salici erano molto frequenti nella nostra zona. Oggi, purtroppo, per consentire una maggiore sicurezza nei movimenti dei mezzi meccanici attraverso i campi vengono tagliati, deturpando un po’ il paesaggio. Al posto del salice gli agricoltori impiegano altri materiali e sistemi per la legatura. Viene meno la poesia del tempo. La filastrocca-cantilena del berlingaccio dei nostri nonni nascondeva la paura e il timore che la pianta della vite non ributtasse adeguatamente, motivo per il quale si curava e si assisteva, anche con il canto. Un vero e proprio rituale del tempo di Carnevale per augurare una buona vendemmia. Per gli storici una conferma della forte vocazione vitivinicola del nostro territorio, quando i vini della Podesteria di Vinci e Cerreto Guidi erano talmente considerati che dovevano essere di esclusivo appannaggio delle mense fiorentine.

Il berlingaccio in Toscana

In gran parte della Toscana, berlingaccio è il Giovedì Grasso, ovvero l’ultimo giovedì di Carnevale, per tradizione dedicato ai piaceri della tavola e al consumo della carne. “Per berlingaccio chi non ha ciccia ammazzi il gatto” era il detto contadino. Il termine probabilmente deriva da berlengo, ovvero come venivano chiamati nell’antichità il tavolo da cucina e la mensa,  poi assimilato in toni gergali al “ventre pieno” (Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, II, pag. 185, Torino 1980). Berlinagaccio è anche la maschera fiorentina che rappresenta la festa. Per similitudine, si dice di una persona bianca e rossa, grassa e fresca, che sprizza salute da tutti i pori. Non tutti però sono d’accordo sull’origine della parola. Nel passato, c’è stato chi ha tratto questa parola da “berlingare”, che nel fiorentino antico significa “ciarlare” o “cianciare”. Considerato che dalle nostre parti ci piace “ciarlare” e “cianciare” tutti i giorni, non soltanto a mensa per il giovedì grasso, tale tesi appare poco attendibile. Alcuni dolci tipici del nostro Carnevale prendono il nome dalla ricorrenza, in particolare il berlingozzo (testimonianza della sua tradizionale preparazione nell’ultimo giovedì di carnevale), in origine fatto di pasta di zucchero e farina intrisa con uovo, di forma rotonda e a spicchi; su cui poi s’innesta la tradizione lamporecchiana introducendo il gusto dell’anice. Il dolce è ricordato in molti scritti di poeti e artisti come Pulci, Michelangiolo e Vasari. Sicuramente, quello che lo ha cantato in maniera più divertita, quasi triviale, è Lorenzo il Magnifico “O donne, noi siam giovani fornai / dell’arte nostra buon maestri assai. / Noi facciam berlingozzi e zuccherini”, per poi, nella sua “Nencia”: “E  ‘n tutto dì non t’ho dato di cozzo / ch’io ti vorrei donar un berlingozzo”. In questo caso Il Magnifico pensa piuttosto al dopo cena che alla luculliana mensa del giovedì grasso, dando al caratteristico dolce a forma circolare e piatta un altro colorito significato, che maliziosamente lasciamo intendere ai lettori.      

Bruciare il berlingaccio

Nella vicina Valdinievole l’intera giornata del giovedì grasso era dedicata dai giovani contadini alla realizzazione dei berlingacci, ovvero dei fantocci costruiti con due pali (anche canne) in croce, dandogli poi la forma finale con la paglia, altrimenti con gli scarti di stipa (erica adoperata per la produzione di scope da lavoro) o di sanali (come venivano chiamate le spuntature della saggina utilizzata per le scope tradizionali). Al tramonto, la gara era a chi aveva costruito il berlingaccio più grande per poi dargli fuoco, tra canti e balli. Teresa Baronti, insegnante nella scuola elementare di Montevettolini, ha lasciato il ricordo di questo antico rituale in “Cenni storici di Montevettolini, 1928-1929”, durato tuttavia fino agli anni Sessanta dello scorso secolo. Nel 2012 il Comune di Monsummano Terme ha ripreso e rinnovato la tradizione, peraltro condivisa in altri luoghi italiani, ma anche francesi e spagnoli. L’usanza di bruciare un personaggio dalle sembianze umane (di solito una vecchia o un re), al termine del carnevale, vuol rappresentare il passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile, con la rinascita della natura. Per rinnovarsi, secondo gli antichi, era necessario disfarsi del male, bruciando il vecchio fantoccio. Un vero e proprio rito agrario di purificazione e di propiziazione (come per il “lume alla vigna” delle nostre parti) tipico del mondo pagano, sempre connesso all’inizio di un nuovo ciclo agricolo, nell’approssimarsi della primavera.

“Falò del Re Carnevale” a Spicchio e Sovigliana

Anche a Vinci, o meglio, a Spicchio e Sovigliana, nell’ultima domenica di Carnevale, al termine del corso moderno con i carri e le maschere, lo spettacolo pirotecnico che conclude il Carnevale sulle Due Rive è preceduto dal rito del Falò del Re Carnevale, che viene bruciato, sicuramente retaggio della vecchia usanza popolare. Quasi un gesto rituale e scaramantico, di cui magari non sempre si ha la piena consapevolezza o si conosce il significato della tradizione.


Nicola Baronti

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