Arriva il freddo. Come ci si riscaldava in casa negli Anni Cinquanta e si metteva il “prete” nel letto

Come ci si riscaldava nel secondo dopoguerra. Tecnologie d'”avanguardia” raccontate da Luca Montagni, ora che comincia il freddo.

tempo di lettura: 5 minuti

Negli Anni Cinquanta è certo che, fatte escluse poche abitazioni di pregio, di proprietà delle persone più abbienti, nessuna altra casa avesse un proprio impianto di riscaldamento, in qualche modo organico.
In questi immobili era sempre presente un camino di idonee dimensioni, che di solito si trovava nel grande locale adibito a cucina posto a piano terreno (unendo così la doppia funzione di riscaldamento a quella della cottura dei cibi). Negli altri piani, con esclusione delle soffitte, a seconda della grandezza dell’immobile, erano presenti di solito una o più di quelle grandi stufe in terracotta (quasi certamente provenienti dalle fornaci di Montelupo Fiorentino o Camaioni), alimentate a legna.
Ovviamente nella costruzione era presente un locale adibito a legnaia e, nella cucina così come al piano dove erano collocate le stufe, c’era un vano adibito al deposito della legna per uso immediato.

Così era, come ho potuto vedere di persona, nella villa Baronti-Pezzatini (una volta Farsetti, detti “I’ Bellìo”), in prossimità dell’abitazione dei miei nonni materni, dove anch’io vivevo. La nostra casa faceva parte delle costruzioni a completamento della villa ed era stata data in uso anni prima al padre del nonno, fattore alle dipendenze della proprietà.
In alcune delle altre case era presente un camino (più o meno grande), alimentato con la legna (fascine, ciocchi, ecc.), di solito situato nel locale principale, la zona cottura-pranzo-soggiorno. Io da piccolo ero convinto che tutte le case fossero dotate di un camino, dato che le abitazioni da me frequentate, (dei nonni, delle zie di mio padre, casa Vignozzi, e casa Frediani) ne erano provviste, ma non era così: in altre case infatti, in assenza del camino, era collocata la cucina economica. Questa aveva una struttura metallica, con pannellature esterne in lamiera smaltata, internamente coibentate con una sorta di materiale refrattario, soprattutto il vano combustione con lo sportello dotato di vetro di ispezione, e il piano superiore in ghisa, con diversi punti fornello, di cui si poteva variare l’apertura, asportando alcuni anelli concentrici (sempre in ghisa), di diametro via via crescente. Infine, in molte abitazioni, soprattutto le più umili, il riscaldamento avveniva unicamente tramite l’uso di una sorta di braciere, magari realizzato in maniera artigianale, nel quale veniva acceso prima il fuoco, poi erano mantenute le braci rinforzando il combustibile con la carbonella.
La sera il braciere veniva spostato dall’ambiente di soggiorno alla camera da letto; durante la notte era comunque destinato a spegnersi, per cui al mattino gli ambienti erano abbastanza freddi e l’unico rimedio era quello di coprirsi in modo consistente sia di giorno che di notte.
In realtà nella piccola comunità rurale di Vinci erano molte le famiglie bisognose, come ho appreso in seguito, che si potevano riscaldare solo grazie alla solidarietà dei vicini, che mettevano a disposizione un po’ di legna e alcuni tizzoni ardenti (a volte si consentiva a queste famiglie di contribuire in minima parte alle spese per il legname). Quelli che non avevano il camino in casa o la cucina economica per cuocere i cibi si arrangiavano con un semplice piano di cottura con due o tre fornelletti alimentati a carbonella. Negli anni a seguire poi, con il progressivo migliorare del tenore di vita, arrivarono le prime stufe alimentate a carbone, tipo Warm Morning, e poi quelle alimentate a cherosene. Comunque, fin da quando ne ho memoria, per cucinare era già presente quasi in ogni casa il classico fornello a gas a due o tre fuochi con la relativa bombola. Ironia del caso, il gas finiva quasi sempre in giorno festivo, quando magari c’erano anche ospiti!

Il camino della casa dove abitavo era molto grande, con un ripiano di appoggio altrettanto dimensionato, sotto il quale, accedendo tramite appositi sportelli, veniva tenuta la carbonella: sopra il piano, erano presenti almeno tre vani in cui erano posti a incastro dei fornelli in ghisa a griglia, entro i quali all’occorrenza venivano poste le braci tolte dal fuoco, posizionando sopra pentole o tegami per cucinare.
Al centro, sotto la cappa, c’era l’ attrezzatura vera e propria del focolare: una coppia di grandi alari con pomelli in ottone, una griglia con piedi di appoggio, l’attizzatoio e la paletta, il tutto in metallo brunito. A lato degli alari c’era spazio per due panchette in legno dove potevano sedere almeno due persone per ciascuna; dal soffitto entro la cappa sporgeva un grosso gancio, al quale in caso di necessità si poteva attaccare una robusta catena metallica con un altro gancio, per appenderci un paiolo. Da una parte infine erano appoggiati i due supporti (di cui uno con meccanismo di carica a molla) per il girarrosto del tipo a tre spiedi e una capace ghiotta (un recipiente per raccogliere il grasso che cola dall’arrosto). Un camino, per quanto grande, riscaldava praticamente solo lo stanzone della cucina, poi la sera il fuoco veniva pian piano lasciato al minimo. Per riscaldarsi negli altri ambienti venivano usati gli scaldini (caldani, in gergo paesano), all’interno dei quali venivano messe le braci; quasi tutti erano in terracotta, internamente smaltata ma mia nonna ne possedeva uno di pregio realizzato in rame, con il manico in ottone lavorato e lucidato, dotato di una piccola paletta in ferro per smuovere le braci. Utilizzando i caldani, si provvedeva anche a riscaldare i letti, ponendo gli stessi sotto le coltri (molto spesse, perché sopra le lenzuola si mettevano il coltrone e il piumino imbottito di piume d’oca) agganciati allo scaldaletto (il trabiccolo), una struttura in listelli e rinforzi in legno a cupola o del tipo lungo a culla e contro culla allungate (il “prete”). Un altro particolare dispositivo era usato dalle donne nel momento in cui si dedicavano al cucito o al lavoro a maglia: una cassetta in legno senza fondo su cui erano solite appoggiare i piedi, dell’altezza di una ventina di centimetri, sopra chiusa con listelli di legno, ai quali era fissato un lamierino metallico traforato, fatto salvo uno spazio per il passaggio del manico del sottostante caldano. Infine, non era insolito vedere le donne, quando uscivano di casa, portarsi dietro uno scaldino, sorretto con le mani coperte da guanti di lana, ben nascosto e protetto sotto i lembi ricadenti del pesante scialle di lana indossato da tutte le donne di Vinci.


Luca Montagni

Condividi