Il bambino e il clochard

Un clochard e il suo cappello, un bimbo che vuole parlargli, l’incomprensione delle persone nel racconto breve di Tamara Morelli per il Vinciarese.

tempo di lettura: 4 minuti

Un barcone stipato di migranti era approdato da poche ore e l’annuncio del suo arrivo aveva provocato mormorii e voci di dissenso nella popolazione.
In città girovagavano da tempo anche clochard in cerca di elemosina e l’accoglienza di altri diseredati non era gradita. La sera un’atmosfera cupa e densa di odori non invitava a passeggiare fuori dal centro. Alcuni clochard si nascondevano in angoli vicini alla stazione o dormivano sulle panchine. Quel giorno, uno stava seduto dinanzi alla grande profumeria del corso principale e allietava i passanti con la musica della fisarmonica a bocca. Mettere la mano in tasca e far scivolare una moneta nel cappello diventava un atto automatico e quasi inconsapevole. Anche quel mattino, come al solito, se ne stava davanti alla grande profumeria con il cappello per terra e la fisarmonica che gli sfiorava le labbra. Era giorno di mercato e le signore indaffarate attraversavano le vie del centro; alcune, attratte dalle promozioni esposte nelle vetrine, entrarono nel negozio con i figli. I più piccoli, annoiati, dopo un po’ volevano andarsene. Uno si avvicinò all’uscita della profumeria e si sedette sulla soglia a giocare con il pupazzetto che aveva con sé. Il clochard riprese a suonare. Note magiche attiravano i passanti e un’aria di mistero aleggiava intorno. Il bimbo, incuriosito, abbandonò il pupazzo e si mise in ascolto. Anche il nonno aveva una piccola fisarmonica che ogni tanto lucidava e suonava. La curiosità fu così forte che il bimbo si avvicinò al clochard.
«Perché il cappello è per terra? Il nonno ti ha dato la fisarmonica?», chiese il piccolo all’uomo. Il clochard non rispose, ma un luccichio improvviso attraversò i suoi occhi e una smorfia, che pareva un sorriso, gli increspò le labbra. Ormai non sapeva più sorridere da quando la vita aveva voltato le spalle a quelli come lui e il destino giocava d’azzardo. Nessuno si preoccupava della miseria che lo aveva travolto. Anzi, i passanti cambiavano direzione per schivarlo, anche se la fisarmonica era diventata la sua ancora di salvezza. Teneva con sé dei cartoni trovati in una discarica, non aveva un luogo preciso dove dormire, a volte sotto il ponte, altre su una panchina, ma da quando erano giunti i migranti quel posto non era più suo. Quel mattino si era messo all’angolo della grande profumeria. Una fragranza di violetta accarezzava il suo olfatto bisognoso di effluvi odorosi, che gli ricordavano chissà quali cose. Aveva scelto quel luogo di proposito per bearsi del profumo che le signore provavano usando i campioni a disposizione. Per lui era una consolazione e per qualche istante la vita scorreva meno amara.
«Perché non parli? Rispondi!», chiedeva il bambino. L’uomo aveva quasi paura della sua voce. Da tempo non parlava con nessuno, ogni rapporto umano finito. Temeva che fosse scomparsa a furia di non pronunciare più nemmeno una sillaba.
«Insomma, parlami!», esclamò il bimbo arrabbiato. Un sentimento di orgoglio riprese vigore e provò. La voce si incrinava nella gola. Le corde vocali erano inaridite per il caldo, troppo caldo. Che faceva lì quel bimbo con quell’arsura? Si chiedeva. Anche lui ne aveva uno, di figli. Adesso non più.
Il clochard provò di nuovo. Così un filo di voce si fece strada nella gola asciutta e finalmente uscì tremolante: «Sì, bambino!»
I passanti, di solito frettolosi, si fermarono e gettarono una moneta nel cappello, dando un’occhiata al bimbo. Pian piano si formò un crocchio di gente che non sapeva se portare via il piccolo con le buone o chiamare la polizia. «Chi è questo bambino, perché è qui?»
La domanda passò di bocca in bocca e diventò il caso del giorno. Cellulari e tablet scattarono foto ricordo a quella strana coppia, così inusuale. Giunse presto la notizia sui giornali on line e sulla cronaca cittadina. Nessuno però osò chiamare il bambino, che tutto tranquillo continuava il suo gioco con il cappello, dove aveva messo pure il pupazzo che teneva in tasca. Giunse a passo d’uomo l’auto dei carabinieri. Si fermò per constatare. Si udì un grido. Poi una mano grande e minacciosa, come un’aquila rapace, afferrò il braccio del bimbo. Con uno strattone si fece posto e lo portò via. Nessuno proferì parola. Il silenzio calò come un sipario sulla scena del teatro. La gente se ne andò pian piano mormorando. Il bambino piangeva. Il clochard restò solo con il suo cappello e la sua fisarmonica.
«Grazie, piccolo», esclamò a mezza voce.


Tamara Morelli

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