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Noi cronisti abbiamo il dovere di ricostruire cos’è successo nelle RSA, a persone che per le loro condizioni di fragilità dovevano essere protette.

Lockdown, isolamento, distanziamento sociale.
Sono i termini di cui si è riempito il nostro vocabolario da quando abbiamo conosciuto l’emergenza coronavirus. Ma essi, anche se ormai di uso comune fin nelle famiglie e argomento principale del lavoro quotidiano del cronista, stanno agli antipodi del giornalismo. Le regole della convivenza civile dell’era Covid-19 hanno messo a dura prova la professione del raccontare. Informare bene è  una necessità, più che mai nella giungla di fake news che nei giorni del blocco e della paura si sono addirittura intensificate. Ma proprio i provvedimenti disposti dal Governo per limitare i contagi, indispensabili per impedire che la catastrofe assumesse dimensioni immani, non sono stati  alleati del giornalista.

Premessa: l’informazione non ha mai chiuso i battenti, ottenendo – ovviamente a braccetto con la sua filiera – la patente di servizio essenziale. Questo ruolo ce lo siamo visti riconoscere anche dal pubblico di lettori e utenti, che hanno riscoperto oltre al ruolo fondamentale dell’informazione, anche la sicurezza delle notizie verificate e, perché no, la compagnia della lettura in giornate meno frenetiche. Oltre ai numeri delle vendite (a cui fa però da contraltare l’inevitabile calo del fatturato pubblicitario) e l’esplosione di contatti on line, i giornali sono tornati ad assumere quel ruolo di faro nella comunità.

Personalmente, dallo ‘smartworking’ a cui ci siamo adattati, l’ho misurato dalle lettere – in gran parte in forma ovviamente di e-mail – che sono tornate a pullulare nelle nostre caselle, avente ad oggetto i temi più disparati ma sempre con il comune denominatore del Covid-19, o dai messaggi giunti ai  “nuovi” e immediati canali social, Facebook o WhatsApp.
Tutto bene, quindi? No. Le misure antipandemia fanno a pugni con l’essenza del giornalismo. Snaturano il  mestiere di uno degli aspetti più belli e al tempo stesso irrinunciabili della professione: quello del vedere, dell’incontrare, del verificare con i propri occhi. E un decreto che autorizza la ”libera” circolazione sul territorio non è certo sufficiente a garantire la buona e vera informazione.
Fortunatamente non mi sono mai trovato nella condizione di dover giustificare uno spostamento per incontrare una fonte che non avrei voluto far comparire in nessun modo: cosa avrei detto a un inflessibile guardiano dei Dpcm che chiedeva ove mi stessi recando?
C’è stato un momento, nell’allerta che ha segnato le vite di tutti, in cui non è stato materialmente possibile neanche approfondire i numeri sul coronavirus che ogni giorno la protezione civile (a livello centrale), le Regioni e le Ausl a livello locale, trasmettevano ai media. Anche per questo, la stagione che forse ci stiamo per lasciare alle spalle, dovrà essere ancora al centro della nostra attenzione. Si è detto tanto, ma c’è ancora molto da scrivere.

Reputo che non sia un caso che uno dei più grossi drammi, nel dramma dell’epidemia, si sia consumato  proprio dove ci sia stata una chiusura totale (doverosa, sia chiaro), al mondo esterno. Le residenze sanitarie assistenziali si sono rivelate la maggior falla di un sistema che si è trovato a far fronte a uno tsunami incalcolato. E noi cronisti, abbiamo il dovere di ricostruire cos’è successo là dentro, a persone che per le loro condizioni di fragilità dovevano obbligatoriamente essere protette. I numeri dicono che non lo sono state, ma anch’essi – come quelli dei tamponi positivi di chi non c’è più – non possono restare statistiche crude. All’informazione, al giornalismo, l’onore e l’onere di raccontare i dati di una guerra, le storie degli eroi, dei caduti, e dei sopravvissuti. Ma anche quello di sorvegliare, domandare e verificare. Come sempre, ma ora ancora di più. Se tutti ci aspettiamo un mondo diverso dal dopo coronavirus, è lecito attendersi anche un ulteriore salto di qualità dai media. Sarà l’occasione per dare una spallata al magma che zampilla di telefonino in telefonino, senza alcun certificato di provenienza, e riappropriarsi stabilmente del ruolo che la democrazia richiede.

Stefano Brogioni, giornalista de La Nazione
Cronista Toscano 2019
9 maggio 2020

Leggi tutta la serie de “Il coronavirus raccontato dai Cronisti Toscani”

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