Il genocidio armeno nella Veglia dei Poeti

Una piccola anteprima dell’ottava Veglia dei Poeti, dedicata alla poesia come “voce dei popoli”, come è stata quella sul genocidio armeno.

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Ci stiamo avvicinando alla Veglia dei Poeti, che nella sua ottava (e tribolata) edizione trova spazio nell’Estate Vinciana, finalmente venuta fuori dopo un inverno e una primavera difficili.
Come ogni anno, la Veglia ha un tema principale che fa da apertura alla più ampia manifestazione popolana. L’ottava edizione è dedicata alla “poesia, voce di un popolo”.
Fra questi ce n’è uno, quello armeno, a cui ha dato voce Daniel Varujan all’inizio del Novecento, cantando le atrocità di una vicenda che a tutt’oggi vede contrapporsi le diplomazie internazionali: il genocidio armeno.

Lo stesso Varujan è una fra il milione e mezzo di persone che nell’aprile del 1915 morirono in quello che la stragrande maggioranza degli storici considera come il primo genocidio del XX secolo.
Il “Grande Male” (Metz Yeghérn) lo chiamano gli armeni, ed è raccontato come una vera e propria, sistematica, opera di cancellazione di quella che era la rappresentanza etnica armena nell’area anatolica dei primi del ‘900, quando coloro che volevano formare la moderna Turchia, la corrente dei Giovani Turchi, cominciò a teorizzare una nuova nazione che si sostituisse all’impero ottomano, moderna, efficiente e laica.
All’interno di questa opera, rientrò anche l’ideologia nazionalista per la quale la nuova Turchia doveva essere a esclusivo appannaggio dei turchi, con evidenti svantaggi per tutti gli altri.
Il popolo che pagò il prezzo maggiore fu quello armeno, che dal 24 aprile 1915 – data che è indicata come Giornata della memoria genocidio armeno – cominciò a rastrellare e deportare gli armeni con un sistema che la Comunità Armena descrive in quattro fasi:
– l'”eliminazione del cervello della nazione”, ovvero l’arresto della cosiddetta élite culturale armena;
– l'”eliminazione della forza”, quella della popolazione maschile compresa fra i 18 e i 60 anni, prima arruolatasi nell’esercito turco e poi disarmata e sterminata;
– l’eliminazione di vecchi e bambini;
– la deportazione, a carico di coloro che erano rimasti, coperta da ragioni belliche e ulteriormente deturpata da pratiche assassine che prevedevano, tra le altre, l’abbandono dei corpi durante la marcia.

Dal canto loro i turchi non hanno la minima intenzione di riconoscere il genocidio, che minerebbe l’identità turca, tanto da inserire nel codice penale un articolo che prevede il carcere per il cittadino turco che parla di questo genocidio, proprio perché farlo andrebbe contro i principi nazionali e fondanti della nazione turca.

“Il canto del pane” di Varujan, da cui è stata tratta “Il carro dei cadaveri”, la poesia che aprirà l’ottava Veglia dei Poeti con la voce di Monia Balsamello, è una raccolta postuma delle poesie dell’intellettuale armeno, che racconta la storia che ha portato al genocidio del 1915.


Christian Santini