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Breve guida per capire a quale contrada affezionarsi se andiamo a vedere la “tenzon di palla”, il calcio storico di Vinci.

Foto: Roberto Messina

tempo di lettura: 4 minuti

La chiusura dello storico Bar Maso, in Piazza della Libertà, ha comportato anche lo “sloggiamento” del trofeo della Tenzon di Palla vinciana, vinto nel 2019 da Vinci Basso e per tradizione conservato nello storico locale. Si sta parlando anche di una cessione da parte dei proprietari del campo nel quale si svolgeva l’annuale partita per essere l’area destinata a usi ancora non ben definiti. Ci si pone quindi la domanda, che nasconde tuttavia una speranza positiva, su quale possa essere il futuro della manifestazione dopo la forzata sospensione nel 2020 dettata dall’emergenza sanitaria in corso. Sono probabilmente i dubbi e le attese che coinvolgono tante altre manifestazioni del nostro territorio nell’aspettativa di una rinascita, nella continuità, con gli eventuali ricambi generazionali. La manifestazione ha avuto degli indubbi risvolti positivi con richiami anche storici, seppure rinnovati con la sensibilità di oggi, sostituendo i vecchi simboli e nomi, con una propria originalità. 

Dal 1991, grazie all’associazione Volo di Cecco Santi, Vinci ha infatti il suo palio in cui le contrade di Vinci Alto e di Vinci Basso si contendono un artistico coppo di terracotta. I Rossi di Vinci Basso si riconoscono dal Leone rampante, raffigurato di contorno nello stemma dei Da Vinci e che richiama il nome di Leonardo; i Gialli di Vinci Alto dal nibbio, a cui è legato il primo ricordo dell’infanzia del Genio. Si tratta di una partita di calcio storico, ispirato a quello fiorentino, in cui non si gioca soltanto con i piedi. Dieci giocatori per  parte si sfidano a mani nude, in un campo di terra smossa, preparato per l’occasione proprio sotto le mura del castello. Lo scopo del gioco è quello di gettare la palla nella caccia avversaria, costituita da una rete quadrata di 1,5 metri per lato, issata a 3 metri da terra. La palla gettata in caccia con i piedi viene conteggiata doppia. Nel calcio storico di Vinci le regole sono poche. La palla non deve rimanere mai ferma, quella contesa viene rilanciata in aria dall’arbitro. Il fallo viene fischiato solo nel caso di gioco pericoloso con prese al collo o scontri a gambe tese tra i calcianti. In verità, a parte qualche graffio e arto sbucciato, non è mai accaduto nulla di grave.  Nell’Albo d’onore della manifestazione predomina Vinci Basso. 

La Tenzone è stata tuttavia l’occasione per ricordare le vecchie contrade paesane, da molti dimenticate.  Più di un cittadino si è trovato in crisi d’identità: ma io sono di Vinci Alto o di Vinci Basso?

Eppure già nel XIV secolo, le due fazioni di Santa Croce, a cui era intitolata la cappella del castello, e di San Giovanni, con riferimento probabilmente all’intitolazione della pieve di Sant’Ansano e al patrono della Podesteria, si distinguevano in ruzzi e chiassi, a dir la verità poco giocosi.  Probabilmente le contrade stavano a distinguere gli abitanti che vivevano dentro e fuori il castello, a cui si accedeva da una porticciola non più visibile. Sono gli Statuti Cinquecenteschi a suggerire una prima distinzione, rammentando un tabernacolo detto della Vergine di Borgo, fuori dalle mura castellane. La chiesa della Madonna, eretta nel  XVII secolo, sul luogo di detto tabernacolo, diventava quindi il centro ideale del nuovo nucleo urbano. Fino all’Ottocento si trattava di poche case alla sparta (sparse), fra le quali la Villa di Borgo, fattoria della potente famiglia Martelli. Nel primo Novecento, si aggiungeva il cosiddetto Piano della Madonna con la costruzione di importanti edifici, tra cui Villa Farsetti, poi Bellio; il palazzo Tamburini; la Piazza Baldi Papini, il monumento ai caduti del Coppedè, il Parco della Rimembranza e il Teatro. Vinci Alto (o Cima Vinci, come detto nel gergo comune) si distingueva anche per il campanile della metà del XIX secolo, al posto della vela dell’antica chiesa. Dalla metà del Novecento infine s’incominciava a parlare addirittura di un Borgonovo, con l’estensione del paese lungo la strada che conduce a Empoli, fino a ricongiungersi al nucleo della casa-fattoria di Beneventi. Il Piano della Madonna veniva così definitivamente inglobato nel centro storico del paese, anche sotto il profilo urbanistico comunale. 

Nella Tenzon di Palla si è probabilmente preferito tornare ai confini cinquecenteschi delimitatati dalla porticciola che contrassegnava l’ingresso al castello rispetto al sottostante borgo, posta all’incirca a metà dell’attuale via Roma. Grazie alla disponibilità di archivi fotografici privati, alcuni studiosi hanno individuato le tracce della porticciola, ridotta a un’ipotetica linea tracciata dal confine del palazzo Baldassini (oggi Salvi) fino alla Compagnia dello Spirito Santo, un piccolo edificio sacro che si trova dalla parte opposta, scomparso ai primi del Novecento, per diventare negli anni Venti la macelleria del Cerboni (oggi casa privata). 

Negli anni Ottanta dello scorso secolo l’allora proposto, monsignor Fulignati, tentò una nuova ripartizione delle contrade vinciane, con tanto di colori, seguendo i segni cardinali e le nuove croci di ferro che, in alcuni casi in sostituzione e in altri nuove, vennero apposti ai confini parrocchiali. In alcune case di Vinci sono rimaste le bandiere (giallorossa per Tramontana/Castello; biancorossa per Levante; biancogialla per Mezzogiorno; biancoazzurra per Ponente) che venivano esposte in occasione delle processioni. Sono invece ancora ben visibili le croci monumentali, tra cui quella nello storico luogo di Fralupaia (mezzogiorno), che suggeriscono questa diversa, per ora rimasta soltanto ideale, suddivisione in contrade.


Nicola Baronti

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